Startup: sfatiamo i luoghi comuni

In molte città e paesi nel mondo, le startup stanno diventando fattore predominante dello sviluppo economico. Molti pensano sia una “moda” perché si scrive e si legge molto su di esse, perché catalizzano l’attenzione dei media, di investitori e imprenditori.

Luoghi comuni e falsi miti

Come spesso accade in questi casi, si creano dei luoghi comuni e “falsi miti” intorno al fenomeno oggetto di grande attenzione. Questi, infatti, si riscontrano quotidianamente nei social e nelle riviste economiche.

Il Prof. Daniel Isenberg (Professor of Entrepreneurship Practice, Babson Executive Education and founding executive director of the Babson Ecosystem Project) ha creato un test “vero-falso” pubblicato da Harvard Business Review, per sfatare alcuni di questi luoghi comuni e ricondurre la questione su un piano più aderente alla realtà, soprattutto alla realtà economica che le startup rappresentano.

Test “vero-falso”

startupSe vogliamo evitare che l’entusiasmo diffuso per tale fenomeno si esaurisca gradualmente e venga etichettato come l’ennesima “bolla” economica, abbiamo bisogno di cogliere appieno il suo significato reale. Riportiamo qui di seguito alcuni quesiti del test, spunto anche di riflessione e discussione:

1. Vi è un forte ecosistema imprenditoriale quando si è in presenza di sempre più startup

Falso. Non c’è nessuna prova della correlazione startup – sviluppo economico, al contrario si è visto che è la crescita economica a sviluppare nuovi business e nuove imprese. Ci sono anzi buone ragioni per credere che il numero di startup è inversamente proporzionale al benessere economico di un paese (l’iniziativa imprenditoriale si sviluppa con la “necessità”).

2. Offrire incentivi fiscali (ad esempio crediti di imposta per Angel Investors) per “early stage” stimola e favorisce l’ecosistema imprenditoriale

Falso. Uno studio inglese del 1994, Enterprise Investment Scheme, dice che queste politiche aumentano i piccoli investimenti (inferiori a $10.000) da parte di investitori inesperti. Infatti, la maggior parte dei Venture Capital si trovano in California, New York, Massachusetts e Israele, dove non ci sono incentivi fiscali diretti e i profitti sono tassati pienamente.

3. La creazione di posti di lavoro non è l’obiettivo primario nella promozione dell’ecosistema imprenditoriale

Vero. Siccome nessuno detiene o rappresenta un intero ecosistema, non ci può essere nessun obiettivo che motivi tutti gli attori di tale sistema. La motivazione deriva da chi è l’attore o stakeholder in questione e varia al variare di questi.

Ad esempio, per il governo la creazione di posti di lavoro significa maggiori entrate fiscali, aumento dei consumi, miglioramento del PIL. Per le università può rappresentare generazione di conoscenza, reputazione. Per gli imprenditori e investitori, la creazione di benessere e valore in senso lato può essere il benefit e l’obiettivo primario.

Per le grandi società, obiettivi sono l‘innovazione, acquisizione di prodotti, “talent retention”, per citarne alcuni. Sono molti gli stakeholders che possono beneficiare dall’autosostenibilità dell’ecosistema imprenditoriale.

4. Gli imprenditori guidano l’ecosistema imprenditoriale

Falso. Questa è una frase che si sente in modo ricorrente, ma c’è una sostanziale differenza tra l’essere un elemento essenziale tra tanti – cosa che evidentemente molti imprenditori sono – ed essere il “driver” di un sistema. Questo perché ogni sistema imprenditoriale è dinamico, e’ un network che si auto-regolamenta tra tanti diversi “attori”. Negli anni ’70 e ’80 a Boston, molti professori e “bankers” erano catalizzatori fondamentali dell’imprenditorialità. Questo perché possono esserci influenzatori importanti che non sono imprenditori in sé.

5. Secondo gli imprenditori e gli startupper, le tre sfide più grosse da affrontare sono l’accesso ai “talenti” – alle persone – l’eccesso di burocrazia e la scarsità di capitali/finanziamenti early stage.

Vero. Queste difficoltà, però, manifestate da imprenditori ovunque nel mondo (da Boston a Tel-Aviv, Reykjavik, Buenos Aires, St. Petersburg) probabilmente riflettono aspetti fondamentali del processo di avvio imprenditoriale, piuttosto che una deficienza dell’ecosistema. Questo processo genera intrinsecamente la sensazione che il capitale di rischio sia difficile da reperire, e in tempi brevi.

6. Le banche sono irrilevanti per l’ecosistema imprenditoriale in quanto non finanziano le startup

Falso. Se da un lato è vero che le banche non finanziano direttamente le startup, è pur vero che favoriscono il mercato finanziario a maturare e indirettamente impattano l’intera catena del valore dell’investimento. Infatti, le banche hanno fatto molti profitti investendo in società tecnologiche più “mature” o “later stage” e questo ha aumentato la fiducia negli investitori “early stage”, nel reperire capitali per favorire la loro crescita ed espansione.

7. Le imprese familiari soffocano l’iniziativa imprenditoriale al fine di proteggere la loro “esclusiva”

Falso. Si sente spesso dire che le imprese familiari si sviluppano e crescono grazie al loro network di connessioni e “protezioni”. Tuttavia l’esperienza anche in paesi con economie avanzate (come ad es. la Danimarca) suggerisce che le imprese con struttura familiare, pubblica o cooperativa sono essenziali e facilitanti per lo sviluppo di un ecosistema di startup.

Le startup effettivamente creano numerosi effetti economico-sociali positivi, eppure la responsabilità e il compito che i politici, la società civile, i leader aziendali e gli imprenditori stessi hanno per favorire lo sviluppo economico è in primo luogo quello di separare il mito dalla realtà e liberarsi dai tanti luoghi comuni che ruotano attorno al concetto di “ecosistema imprenditoriale”.