L’Australia:  terra affascinante e ricca di opportunità per startup che vogliano sfruttare i vantaggi che l’ex colonia britannica sa offrire

Seguendo l’onda degli ultimi mesi, la febbre da start-up non poteva non colpire anche qui. L’Australia è un Paese essenzialmente giovane, con istituzioni efficienti, un’economia che posa su solide basi ed un ambiente multi-culturale sia in ambito imprenditoriale che universitario. Considerate queste premesse, si può intuire come ci siano tutte le condizioni adatte per fare dell’Australia un terreno fertile per le start-up.

Anche nell’ex colonia, come in molti Paesi Occidentali, si sta osservando un nuovo boom di investimenti in imprese innovative dopo la bolla “dotcom” del 2000, nonostante si possano trovare anche imprese che nascono da modelli di business più tradizionali e meno legati al mondo della tecnologia.

Le start-up da tenere d’occhio nella “terra dei canguri”.

One big switchLa rivista australiana “BRW” ha recentemente stilato una classifica delle imprese più interessanti degli ultimi anni quattro anni. Tra le realta più interessanti c’è sicuramente One Big Switch, start-up nata con l’obiettivo di creare “gruppi di acquisto” per i consumatori che vogliano negoziare condizioni convenienti per i mutui o tariffe più basse per l’energia elettrica. L’azienda, dopo un incoraggiante successo iniziale, sta già considerando di allargare il business alle assicurazioni e ad eventuali espansioni in nuovi mercati.

I fondatori di BugHerd, invece, hanno creato un software che permette una comunicazione efficace tra i web developers ed i propri clienti, che spesso non sono pratici di tecnologia. Il programma, semplice ed intuitivo, permette di rilevare, comunicare e risolvere tempestivamente i bug presenti su un sito web, che troppo spesso giacciono irrisolti o sono difficili da rilevare. La start-up è stata subito oggetto dell’attenzione di vari investitori e in poco meno di due anni ha saputo raccogliere circa 800.000 mila dollari di investimenti.

ImageBrief, invece, fa del crowdsourcing la sua risorsa principale. Il team fondatore ha creato un marketplace che connette fotografi professionisti con buyers provenienti da tutto il mondo. I buyers non devono fare altro che postare un brief con le caratteristiche ed i requisiti della foto che vogliono ed una deadline entro la quale hanno la necessità di riceverla; a quel punto i fotografi possono inviare i loro scatti. La peculiarità del sistema è che il buyer paga la fotografia solamente se e quando selezionerà lo scatto giusto per lui.

[n.d.r. relativamente ai temi crowdsourcing e crowdfunding segnaliamo due articoli apparsi recentemente sul blog: Le startup in OFF: Skillbros (un bell’esempio di crowdsourcing nostrano) e Facile dire “crowdfunding” ma in Italia può funzionare davvero?]

VaxxasUn’altra start-up interessante, nata dalla collaborazione tra l’Università del Queensland e il venture capital “One Venture” è Vaxxas. L’azienda sta sviluppando un dispositivo per la somministrazione di vaccinazioni che utilizza una tecnologia chiamata “Nanopatch”, grazie al quale il vaccino viene iniettato tramite dei micro aghi. L’uso di “Nanopatch” promette, in prima istanza, una risposta immunitaria migliore da parte dei pazienti rispetto ai classici vaccini.

Tramite questo sistema si potrà persino evitare la necessità di conservare le iniezioni in celle frigorifere. Il mercato potenziale per questo tipo di dispositivo è calcolato in svariati miliardi di dollari.

Ma non c’è solo alta tecnologia nelle start-up australiane: Espressogrow, ad esempio, ha saputo creare un business dagli scarti del caffè provenienti dalle caffetterie. Uno dei fondatori dell’azienda, Mark Henderson, racconta come l’idea gli sia venuta conversando con un barista, che gli spiegava come venivano smaltiti i fondi del caffè.

Venuto a conoscenza dell’enormità degli scarti che ogni caffetteria produceva giornalmente, Henderson ha speso le dieci settimane seguenti a cercare informazioni riguardanti i valori nutrizionali degli scarti del caffè. Il risultato è stata la formula per un fertilizzante ricco di nutrienti, ecosostenibile e privo di cattivi odori.

Alcuni dati interessanti

Sempre secondo la rivista “BRW”, le 100 migliori start-up australiane (fondate dall’anno fiscale 2007/2008 in avanti) genereranno, nel 2012, qualcosa come 744 milioni di revenue complessivi ed impiegheranno più di 2600 persone. Circa il 40% delle imprese presenti nella classifica, inoltre, sono “born-global”, ovvero hanno già nel loro mirino i mercati esteri. Il 62% di queste start-up sono alla loro prima avventura ed il 33% delle imprese è ricorsa al contributo di un mentore, ritenuto fondamentale per riuscire nell’impresa di tramutare in realtà la business idea del fondatore.

Il dato più interessante, almeno per gli startupper che staranno leggendo l’articolo, è che una larghissima parte dei progetti portati a termine ha consentito agli imprenditori di avere un salario fisso fin da subito o nei mesi immediatamente successivi la fondazione della start-up. Altro dato positivo sono gli stipendi medi, che si aggirano tra i 50.000 e i 150.000 dollari australiani l’anno.

Niente male, soprattutto se si pensa che circa il 30% delle imprese presenti nella classifica hanno un valore compreso tra i due e i quattro milioni di dollari. Una percentuale pari al 33% è valutata invece più di quattro milioni, con una piccola parte (3%) di imprese che superano il valore di cinquanta milioni di dollari.

Da questi dati è intuibile quanto le start-up possano avere un impatto più che positivo sull’economia di un Paese, grazie alla possibilità di crescere ed espandersi in tempi anche molto brevi. Le cifre riportate sopra inoltre non tengono conto dell’indotto che questo tipo di imprese generano nelle società in cui si inseriscono, se non nel mondo intero. Ogni start-up, infatti, contribuisce a far crescere nuove professionalità, a diffondere idee, a creare know-how.

In ogni caso, parte del merito del fiorire di queste start-up, in una terra che non ha una lunga tradizione in campo imprenditoriale, deriva anche da istituzioni lungimiranti, snelle, efficienti e all’avanguardia. Utile, se desiderate farvi un’idea di quanto in questo Paese le istituzioni siano vicine, è l’articolo “Politica, Crowdsourcing e Marketing Relazionale: in Australia è possibile” presente sul blog “The Big Cloud Project”.

 

Massimiliano Brunelli

 

Massimiliano Brunelli è un ex studente dell’Università degli Studi di Brescia, laureato in Marketing Management. Dopo la laurea si è trasferito nella città di Sydney per perfezionare il proprio inglese e maturare un’esperienza lavorativa all’estero. Scrive un blog (http://thebigcloudproject.wordpress.com) che affronta i temi della Collaborative Innovation, della Co-creation e del Crowdsourcing, analizzandone il ruolo nei processi di innovazione, nelle strategie di marketing e nelle start-up di nuova generazione. Il Blog presenta approfondimenti e “case histories” con l’obiettivo di essere una risorsa per tutti coloro che vogliano studiare o mantenersi aggiornati sui temi trattati.

 

Foto da ritaglio di originale Corey Leopold