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	<title>OFF - Officine Formative &#187; Federica Tortora</title>
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	<description>Entri con un&#039;idea, esci con un&#039;impresa.</description>
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		<title>OFF al WebUpDate 2012- terza parte</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 11:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione digitale]]></category>
		<category><![CDATA[engagement]]></category>
		<category><![CDATA[online reputation]]></category>
		<category><![CDATA[professionale]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Viadeo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Al WebupDate 2012 Sabrina Mossenta di Viadeo, il social network professionale, ci parla di comunicazione digitale ed online reputation. <a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-terza-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-terza-parte/">OFF al WebUpDate 2012- terza parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Al WebUpDate 2012 , il cui hashtag era <strong>#wud2012,</strong> i tweet vanno fortissimo. Sale sul palco Sabrina Mossenta di Viadeo, una realtà francese che non conoscevo, e che mi ha molto incuriosito.</p>
<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Viadeo.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4104" title="OFF al WebUpDate 2012  terza parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  terza parte marketing punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Viadeo.jpg?resize=300%2C61" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Viadeo può essere definito “il LinkedIn europeo”, poiché è un social network professionale che può già vantare 45 milioni di utenti.</p>
<p>Lo sto sperimentando da poco, e mi piacciono soprattutto due aspetti: la possibilità di interagire con alcuni blog tematici e la possibilità di vedere tutto quello che accade intorno al mio profilo in una settimana. Posso misurare in altre parole non solo il tasso di apertura (chi visita il mio profilo) ma anche il “tasso di impression”.</p>
<p>Anche Viadeo, come LinkedIn, ha un pricing basato sul “freemum”: il profilo base è gratis, mentre l’update, che consente funzionalità elevate per i professionisti, è a pagamento.</p>
<h3>La comunicazione digitale</h3>
<p>L’intervento di Sabrina mi è piaciuto perché ha parlato con competenza di <strong>comunicazione digitale</strong>, affermando che la comunicazione non è solo quella fatta dai big brand, ma anche quella fatta dalle piccole e medie imprese, che costituiscono il principale tessuto produttivo e commerciale italiano.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/viadeo-2.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4105" title="OFF al WebUpDate 2012  terza parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  terza parte marketing punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/viadeo-2.jpg?resize=300%2C218" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Soprattutto le PMI devono puntare sul cosiddetto <strong>“engagement” dei clienti</strong>, perché l’ingaggio è molto più profittevole del contatto semplice, o della permanenza sul sito. Le aziende inoltre devono comunicare ai clienti il loro sistema di valori: in altre parole non devono limitarsi alla mera comunicazione di marca (che a sua volta vende un prodotto/servizio), ma devono puntare sulla comunicazione di valori intangibili legati alla marca o all’azienda stessa.</p>
<p>Questo complesso di valori viene identificato come CSR, Corporate Social Responsibility: attenzione all’ambiente, ai diritti umani, alle tematiche di ecosostenibilità della filiera produttiva, certificazioni di qualità, mobilità sostenibile, diversity management, sono alcuni dei temi legati al complesso e vasto mondo del CSR.</p>
<h3>Come si può realizzare questo tipo di comunicazione?</h3>
<p>Attraverso la costruzione di comunità, risponde Sabrina. Per fare questo occorre tenere presenti alcuni aspetti importanti:</p>
<p>1)<strong> Rispettare la diversa composizione della comunità</strong>: differenze di età, di genere, di religione, di cultura sono elementi da considerare per costruire un dialogo con tutti;</p>
<p>2) <strong>Creare contenuti interessanti</strong>: le notizie devono contenere messaggi chiave che possano risultare interessanti per gli utenti, e la scelta di cosa comunicare è essenziale. Spesso la mania di protagonismo di molte aziende determina una comunicazione unidirezionale e sterile. Un corretto piano di comunicazione digitale, invece, prevede che l’azienda non parli di sé, ma di valori, di esempi, di cose concrete, rimanendo “un passo indietro”.</p>
<p>Questo concetto è veramente “disruptive”( dirompente) a mio avviso, ma molto vero. Molte aziende parlano solo di loro stesse e costruiscono la loro immagine su una comunicazione autoreferenziale; per fortuna ci sono esempi di grandi aziende, ma anche di piccole e medie aziende, che comunicano valori, storia, simboli;</p>
<p>3) <strong>Aggiornare i contenuti</strong>: la regola delle notizie, soprattutto nell’era digitale, è che “la notizia rimane ma scade subito” visto che l’aggiornamento del flusso di notizie sul web è continuo. Da questo concetto deriva l’importanza di fare il cosiddetto “follow up” delle notizie, ovvero fornire aggiornamenti dei contenuti presentati. Il follow up consente di coltivare anche la relazione e la fedeltà dei clienti.</p>
<h3>Online reputation</h3>
<p>Sabrina Mossenta ci parla poi di un argomento molto interessante, ovvero il processo dell’<strong>online reputation</strong>: la gestione della reputazione online è particolarmente importante oggi, come dimostrano i casi di cattiva gestione della comunicazione sui social media.</p>
<p>Celebre è <strong>il caso di Patrizia Pepe</strong>, che ormai ha fatto scuola su come NON si gestisce la comunicazione online a fronte di una lamentela. A questo proposito si parla anche di “crisis management”, argomento molto interessante sul quale è stato scritto di recente un bel libro da titolo “Guida al Crisis Management” edito dal Sole 24 Ore.</p>
<p>Il processo dell’online reputation si basa sulle seguenti<strong> fasi</strong>:</p>
<p>a) Ricognizione dei <strong>siti e dei blog</strong> di interesse;</p>
<p>b) <strong>Mappatura:</strong> esame del ranking del sito, analisi del numero dei link e delle citazioni rilevanti;</p>
<p>c) Monitoraggio delle discussioni online;</p>
<p>d) Identificazione degli <strong>influencer</strong>, che significa individuare CHI in Rete genera un flusso di informazioni su un certo argomento, ed ha ottenuto ed ottiene seguito e condivisioni. Pensate che Viadeo ha creato il primo master in Italia su “Social Influence” ed influencer del web.;</p>
<p>e) Valutazione della<strong> strategia</strong>: dopo le precedenti fasi, ed in funzione del monitoraggio, la fase della strategia di comunicazione è la più importante: cosa comunicare, a chi, con quale obiettivo. Insomma, cosa si deve fare;</p>
<p>f) Coinvolgere gli <strong>utenti</strong>: dopo aver deciso cosa fare, bisogna pianificare come farlo. Ed in questo caso entrano in gioco gli utenti: quanto più saremo bravi come azienda a coinvolgerli, a farli sentire apprezzati, oggetto di concreto interesse, partecipanti attivi, tanto più gli utenti saranno spinti a continuare ad interagire e partecipare.</p>
<p>Questo processo può essere in realtà circolare, perché dopo il coinvolgimento si può ritornare al monitoraggio delle discussioni , alla verifica degli influencere alla strategia, che può cambiare in funzione di mutate esigenze, o del contesto.</p>
<p>Il coinvolgimento è molto importante anche nel <strong>sistema di comunicazione interna all’azienda</strong>: oggi si parla molto di “employer brandIng”, un processo di costruzione di una identità aziendale che passa anche dalla partecipazione attiva e coinvolta dei dipendenti stessi, che diventano “brand ambassador”, ovvero ambasciatori della propria azienda verso un pubblico interno (altri colleghi) ed esterno (clienti o stakeholder).</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0666.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4106" title="OFF al WebUpDate 2012  terza parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  terza parte marketing punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0666.jpg?resize=300%2C300" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Nel prossimo post parleremo di geolocalizzazione, gamification e di molto altro…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>OFF al Digital Economy Forum 2012- seconda parte</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 06:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup]]></category>
		<category><![CDATA[Brian Solis]]></category>
		<category><![CDATA[DEF]]></category>
		<category><![CDATA[piattaforma di social network]]></category>
		<category><![CDATA[team]]></category>
		<category><![CDATA[Traackr]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Digital Economy Forum: Robbie Vann Adibè, amministratore di Traackr, interviene parlando di "Come costruire un team". <a href="http://officineformative.it/off-al-digital-economy-forum-2012-seconda-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/off-al-digital-economy-forum-2012-seconda-parte/">OFF al Digital Economy Forum 2012- seconda parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Al Digital Economy Forum a metà mattina si concentrano molti interventi interessanti. Dopo Alessandro Rizzoli è il momento di Robbie Vann Adibè, amministratore di Traackr (<a href="http://www.traackr.com">http://www.traackr.com</a>) azienda che ha scelto un bellissimo claim: “Relevance drives influence”.</p>
<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Tracckr.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-3983" title="OFF al Digital Economy Forum 2012  seconda parte" alt="OFF al Digital Economy Forum 2012  seconda parte startup punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Tracckr.jpg?resize=300%2C226" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Il suo intervento è stato interessantissimo, e riguardava un tema importante per le start up, ovvero “Come costruire un team”.</p>
<p>Robbie Vann Adibè si definisce come un Angel Investor, che fornisce capitale ed esperienza: ho scoperto poi che fa anche parte del progetto Silicon Tuscany (per approfondimenti vi rimando al sito <a href="http://www.silicontuscany.com">http://www.silicontuscany.com</a>).</p>
<h3>Cosa è Traackr?</h3>
<p>E’ una piattaforma di social network che mette in correlazione persone specializzate in un determinato ambito. Fornisce anche consulenza e soluzioni per la misurazione della rilevanza e della influenza sui social media: sul loro blog mi hanno molto colpito i concetti di “Reach, Resonance e Relevance”, che rappresentano, secondo Brian Solis, i tre Pilastri dell’Influenza.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Tracckr-3.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-3984" title="OFF al Digital Economy Forum 2012  seconda parte" alt="OFF al Digital Economy Forum 2012  seconda parte startup punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Tracckr-3.jpg?resize=300%2C45" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>I pilastri “determinano come un brand o una persona possano causare cambiamenti o effetti all’interno della loro rete sociale” (per approfondimenti vi rimando al link del blog <a href="http://traackr.com/blog/">http://traackr.com/blog/</a> ed al commento fatto sul blog Il TagliaErbe il 3 Aprile (<a href="http://blog.tagliaerbe.com">http://blog.tagliaerbe.com</a>) .</p>
<p>Vann Adibè apre il suo intervento dicendo che in una start up l’aspetto più importante è il TEAM. <strong>“Se non avete un buon team, potete anche avere l’idea migliore, il prodotto e il marketing migliore, ma la vostra start up non decollerà. Viceversa anche con un’idea non originalissima, ma con un ottimo team, le probabilità di successo aumentano molto”</strong>.</p>
<p>La maggioranza delle start up di successo è fondata da due persone (anche se solo uno passa alla storia), perché occorrono diverse competenze ed in particolare il “product brain” ed il “business brain”, cioè la persona che crea e la persona che vende.</p>
<p>E’ molto difficile infatti che una singola persona sia in grado di svolgere tutti i ruoli, ed è sicuramente più vantaggioso dividere i ruoli e specializzarsi.</p>
<p>La maggioranza dei team sono composti da persone che già si conoscono: avviare una impresa, dice Vann Adibè, è come sposarsi, perché si trascorre molto tempo insieme, e dunque è essenziale cercare dei buoni partner di lavoro. Per le start up questa esigenza è ancora più importante, e dunque <strong>gli startupper devono trovare partner che li completino</strong>.</p>
<p>Mi è piaciuto molto il concetto di “find your mirror”, che significa trova il tuo specchio,qualcuno che sia diverso da te. Due founders uguali, con competenze uguali, non portano un beneficio concreto alla start up: diversamente un founder può trovare un comunicatore, un esperto di finanza, un buon venditore. “<strong>If you have two founders with the same skills, one in redondant</strong>”, dice Vann Adibè.</p>
<h3>Quali caratteristiche dovrebbe avere un partner perfetto?</h3>
<p>-un atteggiamento mentale giovane, che prescinde dall’età. Avere una mentalità giovane vuol dire imparare facilmente, essere pronti ad imparare sempre cose nuove. Meglio una persona meno esperta di uno che abbia già tutte le competenze;</p>
<p>-la reattività: la persone deve avere la voglia di mettersi in gioco, deve essere curiosa verso il nuovo e le novità;</p>
<p>-l’umiltà: diffidate delle persone che parlano troppo di sé, facendo la classica presentazione “io ho fatto, io ho detto…”. Ciò che conta nel lavorare insieme è il contributo che la singola persona può dare al progetto ed alla società;</p>
<p>-la capacità di trasmettere: occorre cercare persone che sappiano trasmettere le informazioni, che sappiano capire “il potere che c’è oltre il classico curriculum”.</p>
<p>Vann Adibè conclude il suo intervento affermando: “The idea is important, but the team is everything”.</p>
<p>Dopo il suo intervento ci sono state molte domande: in particolare si chiedeva se in <strong>Silicon Valley</strong> la partecipazione ad una start up fosse più richiesta sotto forma di equity (partecipazione al capitale sociale) piuttosto che di cash (immissione di liquidità). Vann Adibè ha fatto una affermazione molto “disruptive”, che però condivido molto: <strong>la vera ricchezza di una società (start up o società affermata) è il capitale, non lo stipendio.</strong></p>
<p>Tuttavia questo è un concetto difficile da far capire in Italia, che ha una “forma mentis” più orientata verso il cash. Per evitare possibili scalate alle società, vengono previste alcune clausole di salvaguardia nei contratti, che tendono a sterilizzare il c.d. <strong>“cliff effect”</strong>(o effetto scogliera), che produce la caduta verticale del valore di un titolo di una società.</p>
<p>In pratica si evita la possibilità di partecipazione azionaria entro un certo limite: superato questo limite, nuovi soci possono comprare azioni della società.</p>
<p>Nel prossimo post parleremo di una case history di successo e di un venture capitalist, Principia sgr.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://officineformative.it/off-al-digital-economy-forum-2012-seconda-parte/">OFF al Digital Economy Forum 2012- seconda parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF &#8211; Officine Formative</a></p>
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		<title>Design con-temporaneo e brand experience- prima parte</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 08:40:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Absolute Blue]]></category>
		<category><![CDATA[intangible marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Up]]></category>
		<category><![CDATA[ristorante]]></category>
		<category><![CDATA[The Cube]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Si chiama The Cube, anche se non ne ha proprio la forma: 140 mq sopra il cielo, di cristallo, alluminio, tek e corian, “dalla linea essenziale e levitante che disegna l'involucro di un pop up restaurant”. <a href="http://officineformative.it/design-con-temporaneo-e-brand-experience-prima-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/design-con-temporaneo-e-brand-experience-prima-parte/">Design con-temporaneo e brand experience- prima parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
</p><p>The post <a href="http://officineformative.it/design-con-temporaneo-e-brand-experience-prima-parte/">Design con-temporaneo e brand experience- prima parte</a> appeared first on <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Anche i luoghi di design possono creare un mondo di emozioni, possono comunicare. Avevo letto, ed ho visto (solo da fuori, anzi dal basso) il ristorante ideato da Absolute Blue, realizzato dallo studio Park Associati e voluto da Electrolux per comunicare l&#8217;alta tecnologia dei propri elettrodomestici e in particolare delle proprie cucine.</p>
<p>Si chiama <strong>The Cube</strong>, anche se non ne ha proprio la forma: 140 mq sopra il cielo, di cristallo, alluminio, tek e corian, “dalla linea essenziale e levitante che disegna l&#8217;involucro di un pop up restaurant”.</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/594.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3769" title="Design con temporaneo e brand experience  prima parte" alt="Design con temporaneo e brand experience  prima parte design 2 " src="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/594.jpg?resize=289%2C194" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Per questo articolo la nostra fonte è Mark Up, rivista specializzata nel retail. “Il punto di forza sta nel ricreare equilibrio e reciprocità tra i materiali utilizzati, fisici, concreti e tangibili più che mai, e gli elementi intangibili che li sanno trasformare in pura leggerezza ed evocazione”.</p>
<p>All’interno di The Cube tutto l’<strong>arredamento comunica emozioni</strong>: “ all&#8217;interno di questa cucina spaziale c’è un unico tavolo di corian &#8211; pensato per 18 posti a sedere- che scompare con un click”.</p>
<p>Presso The Cube molti chef stellati si alternano per offrire una <strong>esperienza sensoriale</strong> unica in questo strano palcoscenico. Si chiama “<strong>intangible marketing</strong>”: una comunicazione basata su emozioni, colori, suoni, profumi, sapori. Una comunicazione che stimola i 5 sensi: i 18 ospiti-clienti sono gli spettatori di una storia, raccontata da chef e collaboratori, che diventano attori veri e propri.</p>
<p>Design contemporaneo per una installazione temporanea: il 26 aprile “questa insolita struttura, nomade e itinerante, ha ripreso quota ed è scomparsa per atterrare altrove nel mondo.</p>
<h3>Cosa resterà di tutto questo?</h3>
<p>Non la fisicità di un elettrodomestico, ma certo la narrazione emozionale che avrà saputo raccontare”.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/cube.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3770" title="Design con temporaneo e brand experience  prima parte" alt="Design con temporaneo e brand experience  prima parte design 2 " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/cube.jpg?resize=335%2C145" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Narrazione, marketing sensoriale, esperienziale. Queste tecniche di comunicazione vengono utilizzate per aumentare la cosiddetta “<strong>brand experience</strong>”.</p>
<p>I clienti, utenti o consumatori, vogliono vivere <strong>emozioni legate al brand</strong>, vogliono emozionarsi, essere coinvolti: abbiamo detto tante volte che la nuova sfida dei marchi è stabilire una conversazione, anche attraverso il mondo delle emozioni.</p>
<p>In un altro articolo di Mark Up, scritto da due consulenti di Accenture, si parla proprio di come la dimensione fisica e digitale si mescolano, si fondono, e l’esperienza viene vissuta sia attraverso la tecnologia che nella fisicità dei luoghi, senza distinzione.Anzi, lo spazio fisico diventa un modo per aumentare lo “storetraffic” (sul sito web) e la c.d. “hit rate”, la percentuale di successo abbinata alle vendite.</p>
<h3>Come possiamo definire la hit rate?</h3>
<p>“Hit rate è una metrica o misura delle performance di business, solitamente associata alle vendite. Viene definita dal rapporto tra:</p>
<p>∑ vendite ottenute / (∑ vendite ottenute+ ∑ vendite perse+ ∑ vendite abbandonate)</p>
<p>Un calcolo accurato richiede la definizione dei clienti persi o abbandonati. Il metodo della hit rate viene molto utilizzato dalle aziende come punto di riferimento (benchmark) per confrontare le proprie vendite con altri concorrenti dello stesso settore” (fonte Wikipedia).</p>
<p>Facciamo alcuni esempi di <strong>brand experience nel settore food</strong>:</p>
<p>1) <strong>Nespresso</strong>: sul sito di Nespresso di possono ordinare online tutti i prodotti, con data ed ora del ritiro presso il negozio fisico. Quest’ultimo, ideato come un flagshipstore, è un luogo nel quale vivere l’esperienza di marca attraverso i sensi (profumi, sapori), con l’assistenza di personale altamente qualificato, che aiuta ad amplificare questa esperienza. L’ambiente fisico e digitale dialogano.</p>
<p>2) <strong>Starbucks</strong>, sempre molto all’avanguardia nelle novità tecnologiche, non solo consente di ordinare la colazione online con ritiro al negozio, ma consente di pagare attraverso un QR Code, che contemporaneamente fa vedere video sul caffè che si sta acquistando, oppure fa scaricare la musica che si sta ascoltando nel negozio in “quel” momento (emozione legata all’acquisto).</p>
<p>Qui la tecnologia (l’App) è lo strumento per una cosiddetta “strategia multicanale” di coinvolgimento del cliente (detto anche engagement). Il cliente viene intrattenuto, coccolato e diventa destinatario di un gadget tecnologico pensato proprio per la sua specifica esperienza di acquisto.</p>
<p>Nel prossimo post parleremo ancora di brand experience, con esempi dal mondo della moda e dello sport.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Foto copertina: di Bruno Cordioli)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://officineformative.it/design-con-temporaneo-e-brand-experience-prima-parte/">Design con-temporaneo e brand experience- prima parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF &#8211; Officine Formative</a></p>
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		<title>OFF al WebUpDate 2012- seconda parte</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 06:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
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		<category><![CDATA[SEO - Come posizionarsi ai primi posti su Google]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il primo workshop del WebUpDate 2012 è dedicato al marketing sui motori di ricerca: sale sul palco Fabrizio Barbarossa, autore del libro Google Marketing. <a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-seconda-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-seconda-parte/">OFF al WebUpDate 2012- seconda parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo workshop del WebUpDate2012 è dedicato al <strong>marketing sui motori di ricerca</strong>: sale sul palco Fabrizio Barbarossa, autore del libro Google Marketing, che ho acquistato in formato audiolibro. La sua presentazione mi è piaciuta molto , ed in particolare alcuni passaggi, che vi riporterò integralmente.</p>
<p>Fabrizio comincia con una frase molto bella: <strong>THINK OUT OF THE BOX</strong>, che vuol dir pensare fuori dai soliti schemi. E così proviamo a fare per tutta la giornata. Ci spiega per esempio che anche Google ha un risvolto social, che il Pagerank, che si basa su un algoritmo, consente di integrare il motore di ricerca con i social media. Google è inoltre uno strumento di vendita importantissimo, ed in quanto tale genera awareness (conoscenza, consapevolezza) e web reputation (reputazione online).</p>
<p>Fino a qualche tempo fa il processo decisionale che conduceva all’acquisto era strutturato come un imbuto, ed aveva come nome un acronimo: <strong>AIDA</strong>, che indicava quattro fasi: <strong>AWARENESS, INTEREST, DESIRE, ACTION</strong>. Rispetto a questo processo, le aziende puntavano tutto all’inizio sulla conoscenza del proprio marchio o brand, per stimolare interesse, far desiderare l’oggetto, il prodotto o il servizio, e spingere il cliente ad agire, cioè ad acquistare. Questa è una rappresentazione dell’AIDA</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_06941.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-3756" title="OFF al WebUpDate 2012  seconda parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  seconda parte marketing punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_06941.jpg?resize=300%2C225" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Oggi invece il processo decisionale di acquisto ha una forma circolare: sulla rivista Harvard BusinessReview del dicembre 2010 Edelman (l’abbiamo citato prima, è il CEO della omonima e famosissima società di consulenza) parlando del branding nell’era digitale, afferma che nel web avviene come nel mondo offline.</p>
<p>Il processo decisionale può essere così rappresentato:</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0695.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-3757" title="OFF al WebUpDate 2012  seconda parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  seconda parte marketing punti di vista " src="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0695.jpg?resize=300%2C225" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>A fronte di questo cambiamento, <strong>le aziende diventano sempre più dei media</strong>, come aveva affermato poco prima anche Giancarlo Panico. Fabrizio Barbarossa ci mostra dei grafici dai quali risulta che brand come Nutella e la società sportiva del Milan hanno un numero di fan e likers che è pari al numero di lettori del Corriere della Sera, per esempio, che è un media tradizionale, oppure sono pari al numero di telespettatori in una trasmissione da “prime time” (prima serata).</p>
<p>Per questi <strong>big brand</strong> non conta solo, o comunque non soltanto, il selling, la singola vendita, ma il reselling, un fenomeno molto interessante. “Chi compra ricompra”, dice Fabrizio. E per fare reselling occorre molto di più del semplice processo AIDA.</p>
<h3>Fabrizio poi si pone -e ci pone- una domanda importante: il social fa vendere?</h3>
<p>E’ la domanda del momento, perché le aziende che vogliono investire nei social network vorrebbero avere dati certi su quanto si può vendere “ in più” se si è presenti sui social network. Vorrebbero in altre parole misurare le vendite incrementali. In realtà i <strong>social</strong> hanno<strong> influenza</strong> su alcuni aspetti che non sono legati direttamente alle vendite, ma al famoso <strong>processo decisionale</strong> che conduce all’<strong>acquisto</strong>.</p>
<p>Possiamo sintetizzarli in quattro punti:</p>
<p>-visibilità</p>
<p>-brand awareness</p>
<p>-online ed offline reputation</p>
<p>-reselling</p>
<p>In questo contesto, perché Google è uno strumento di vendita così potente?</p>
<p>Secondo Fabrizio Google è “un vettore che colpisce i bisogni. Noi scriviamo il nostro bisogno, all’interno della stringa, e Google ci presenta un’offerta. In pratica, quando tu pensi qualcosa, Google ti offre una serie di soluzioni”.</p>
<h3>Come fa a fare questo?</h3>
<p>Non sempre, quando cerchiamo qualcosa, indichiamo direttamente il marchio o l’azienda. Molto più spesso, invece, indichiamo una serie di parole, che vengono identificate da Google come comuni nelle varie ricerche, e vengono raccolte intorno a dei bisogni.</p>
<p>Ecco perché, aggiungo io, dal punto di vista delle aziende piattaforme come Google Ad Words vanno usate in modo intelligente, acquistando parole che rappresentino il bisogno soddisfatto dal prodotto o servizio che si vende.</p>
<p>Fabrizio Barbarossa ci parla poi delle potenzialità del SEO (Search Engine Optimization).</p>
<h3>Cos’è il SEO?</h3>
<p>Secondo la definizione di Wikipedia “con il termine SEO intendono <strong>tutte quelle attività finalizzate ad aumentare il volume di traffico che un sito web riceve dai motori di ricerca</strong>. Tali attività comprendono l&#8217;ottimizzazione sia del codice sorgente della pagina, sia dei contenuti.L&#8217;ottimizzazione è parte di un&#8217;attività più complessa, quale il marketing dei motori di ricerca (Search Engine Marketing, SEM).</p>
<p>Secondo Fabrizio c’è ancora molto spazio per le piccole e medie aziende in questo segmento, soprattutto per le attività locali, che ottengono molto valore aggiunto dalla presenza sui social, quando si posizionano in modo vero, sincero.</p>
<p>Il <strong>marketing</strong> dunque, anche quello di Google, <strong>si deve opportunamente dosare con il social</strong>, e soprattutto bisogna fare “link polularity” per farsi notare e farsi ricordare dai clienti. La <strong>link popularity</strong> è “una misura dell&#8217;affidabilità dei contenuti di un sito web, che influisce notevolmente sulla visibilità online. Oggi i motori di ricerca premiano l&#8217;affidabilità di un sito innalzandolo ai primi posti nelle pagine di risposta.Per link popularity si intende il numero di siti internet che si collegano a una pagina web” (fonte Wikipedia).</p>
<p>Mi è molto piaciuto il concetto di <strong>“sviluppo del capitale relazionale”</strong>: le vendite aumentano la conoscenza del brand, che a sua volta aumenta la fidelity dei clienti.</p>
<p>C’è anche un’altra variabile da considerare nella presenza sul web. Nel web non ci sono leader, mercati monopolisti o oligopolisti: ogni azienda riesce a raggiungere una quota massima di mercato del 2%, diversamente da quanto avviene nel mondo offline, nel quale il leader può avere anche una QM (quota di mercato) pari al 60%.</p>
<h3>Cosa vuol dire questo?</h3>
<p>Che creare o investire in una azienda web è relativamente più semplice, perché c’è spazio per tutti.</p>
<p>Da questo concetto ne segue un altro che rappresenta a mio avviso la parte più bella ed interessante della presentazione di Fabrizio Barbarossa, e che vi riporto per intero.</p>
<h3>Perché creare un’azienda web al Sud?</h3>
<p>“Perché il Sud nella Rete non esiste”, dice Fabrizio. “<strong>Non esiste un Sud e un Nord nel Web</strong>”. Fare impresa web al Sud è più facile, perché esiste un capitale umano di grande valore, e non si scontano i problemi logistici o la carenza delle infrastrutture. Nel Mezzogiorno dunque c’è molto spazio per lavorare e creare aziende web di valore.</p>
<p>Con questo passaggio Fabrizio Barbarossa chiude un intervento molto applaudito e molto apprezzato anche da me, per il valore aggiunto delle sue parole sul Mezzogiorno. Guardavo gli altri partecipanti, e vedevo molti ragazzi, giovani, carichi di speranza e di voglia di fare e di costruire il loro futuro nella Rete. <strong>Il Web è un “luogo” molto meritocratico</strong>, che premia davvero le idee migliori. Ecco perché penso che un giovane del Sud possa trovare spazio e riconoscimento in una azienda web.</p>
<p>Nel prossimo post parleremo di comunicazione digitale con Sabrina Mossenta di Viadeo, e del FoursquareDay del 16 Aprile con Francesca Fabbri.</p>
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		<title>OFF al WebUpDate 2012- prima parte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 06:40:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[aziende]]></category>
		<category><![CDATA[like]]></category>
		<category><![CDATA[live streaming]]></category>
		<category><![CDATA[marketing esperienziale]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Il 30 e 31 Marzo si è svolta a Napoli l’edizione 2012 del WebUpDate, appuntamento annuale per gli amanti del marketing e della comunicazione.  <a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-prima-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/off-al-webupdate-2012-prima-parte/">OFF al WebUpDate 2012- prima parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 30 e 31 Marzo si è svolta a Napoli l’edizione 2012 del <strong>WebUpDate</strong>, appuntamento annuale per gli amanti del marketing e della comunicazione. Tema di quest’anno è stato il marketing esperienziale, declinato in tutte le sue forme: se la giornata del 30 si è focalizzata sul marketing offline, con particolare riferimento al mondo del retail e delle vendite nei nuovi negozi esperienziali (conceptstore, flagshipstore), il 31 è stata la giornata del marketing online.</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/web-up-date.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3991" title="OFF al WebUpDate 2012  prima parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  prima parte marketing punti di vista " src="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/web-up-date.jpg?resize=240%2C240" data-recalc-dims="1" /></a>OFF ha partecipato a questa seconda giornata.</p>
<p>Location dell’evento è stata <strong>Città della Scienza a Napoli</strong>, nella bellissima Sala Newton, opportunamente attrezzata con tre maxischermi e wi-fi gratuito. La possibilità di accedere al wi-fi gratuito per fortuna sta diventando sempre più diffusa, e consente al pubblico di interagire molto.</p>
<p>Nei due maxischermi laterali, inoltre, era posizionato il <strong>wall di Twitter</strong> con il riferimento all’hashtag della giornata #wud2012, e così durante la giornata il pubblico ed i relatori potevano vedere in tempo reale il sentiment della platea presente e di quella collegata online ed in live streaming. Con questi nuovi mezzi è davvero possibile seguire una conferenza anche dall’altra parte del mondo.</p>
<p>Anche in questo caso sono arrivata prestissimo, ma “giocavo in casa” (essendo napoletana) e sapevo che il sabato mattina c’è poco traffico. Il lungomare di Bagnoli era bellissimo. Registrazione, accreditamento, password per wi-fi e la gradita sorpresa dei due schermi per il live twitting.</p>
<p>Alle 10 si comincia con GianCarlo Panico, vicepresidente Ferpi, introdotto dal padrone di casa Alessandro Mazzù, che ha tenuto molto bene la giornata ed i tempi. Panico parla del “valore economico delle relazioni” e del significato del “like”, che di fatto esprime un consenso ad un contenuto, ma è molto di più. Con il like aderiamo ad una iniziativa, sosteniamo un progetto, rispondiamo ad una “call to action” (letteralmente chiamata all’azione).</p>
<p>Insomma,il like ha aperto nuove frontiere, facendo comprendere anche alle aziende il valore delle emozioni nelle relazioni tra cliente ed azienda stessa. Il ventaglio delle emozioni è tuttavia più ampio del like, e molti di noi vorrebbero più tasti, che rappresentassero i vari sentimenti.</p>
<p>Quando ho ascoltato questo passaggio ho pensato al futuro sviluppo del like da parte di Facebook, che nella sezione developers già ha anticipato la nascita di nuovi bottoni; ho pensato però anche al progetto di Nicola Farronato di MySmark, che ha davvero saputo interpretare questo desiderio degli utenti di interagire con i contenuti-e quindi con le aziende- in maniera più ampia. Se volete approfondire il progetto di Nicola, vi rimando alla intervista che ci ha rilasciato poco tempo fa, e pubblicata sul blog.</p>
<h3>Perché clicchiamo sul like?</h3>
<p>Escludendo i cosiddetti “like compulsivi”, cioè quelle persone che mettono like quasi su tutto, senza neanche leggere il contenuto, Panico risponde che clicchiamo il like perché come utenti abbiamo la percezione della disponibilità a dialogare con le aziende.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Facebook-Like-Button-big-578x278.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3993" title="OFF al WebUpDate 2012  prima parte" alt="OFF al WebUpDate 2012  prima parte marketing punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Facebook-Like-Button-big-578x278.jpg?resize=240%2C115" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Ci mostra un pezzo dello spot di una nota catena di supermercati, nel quale il claim è “vi veniamo incontro”. Ecco, questo incontro non avviene solo nel negozio fisico, ma deve avvenire anche nel mondo online.</p>
<p>Dall’incontro si genera valore, e la capacità di generare valore deriva strettamente dalla “capacità di sviluppare, coltivare e governare relazioni positive e durature nel tempo”. Anche la nuova definizione di relazioni pubbliche si lega al concetto di “mutually beneficial”, ovvero di relazione reciprocamente vantaggiosa (utente/azienda). Questo concetto risulta molto accentuato dalla network society, e grazie ai social media e social network.</p>
<p>Panico parla poi di un argomento a mio avviso molto interessante: l’ ”overload di informazioni”. Secondo una ricerca dell’Università di San Diego, ogni abitante USA consuma AL GIORNO ben 34 GB di informazioni. Per smaltirle tutte, occorrerebbero 11,6 ore al giorno. Ecco cos’è l’overload delle informazioni.</p>
<p>A questa mole enorme di dati si deve aggiungere il fenomeno della disintermediazione delle informazioni: le notizie non arrivano soltanto dalle classiche fonti ufficiali, ma anche da nuove community.</p>
<h3>Cosa c’entrano le aziende in tutto questo?</h3>
<p>Il fenomeno della disintermediazione riguarda moltissimo le aziende, secondo Panico, che riporta il pensiero di Richard Edelman, CEO della omonima società: nella indagine Trust Barometer (approfondimenti al sito <a href="http://trust.edelman.com/">http://trust.edelman.com/</a>) Edelman afferma che la nascita di nuove community sposta l’attenzione degli utenti su altre fonti di informazione rispetto al tradizionale sito web dell’azienda. Le aziende stesse, da creatori di prodotti o servizi, diventano anche produttori di notizie, “media factory”, che operano al di fuori dei canali tradizionali.</p>
<p>Si sta passando dal concetto di<strong> ALWAYS ON</strong> (sempre connessi, che ormai è un dato di fatto) al concetto di <strong>ALWAYS IN</strong> , cioè sempre in relazione. Le relazioni sono diverse rispetto alle semplici connessioni, poiché le prime implicano un vero e proprio dialogo e rapporto a due vie, mentre le seconde sono semplici interazioni passive. La differenza può sembrare sottile ma non lo è: anche Facebook se ne è accorto, poiché ha recentemente introdotto i “conoscenti”, ovvero liste di persone con le quali si è in connessione, ma con le quali non si vuole condividere tutto ciò che si condivide con gli amici. I conoscenti possono essere esclusi da alcuni o da tutti i nostri post, dalle foto, per esempio, che sono più personali, etc.</p>
<p>Tutto questo serve a sottolineare l’importanza e la centralità della <strong>CONVERSAZIONE</strong>: Panico afferma che alla tradizionale opinione pubblica è subentrata la web opinion, e che la costruzione di valore per una azienda ha molto a che fare con la narrazione (ovvero lostorytelling). Fare narrazione per una azienda non vuol dire solo dichiararlo, ma dare un senso ed un contenuto concreto ed interessante alla narrazione stessa.</p>
<p>Nei prossimi post parleremo dei workshop che si sono tenuti al WebUpDate, ed in particolare di Google Marketing, di comunicazione digitale con Viadeo, di geolocalizzazione con Foursquare, dei Brand Ambassador, di Gamification e di molto altro.</p>
<p>Stay tuned!</p>
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		<title>OFF al Digital Economy Forum 2012- prima parte</title>
		<link>http://officineformative.it/digital-economy/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[imprenditoriale digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Mopapp]]></category>
		<category><![CDATA[networking]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I lavori vengono aperti dall’ambasciatore USA in Italia, David Thorne, il quale ci dice che il Digital Economy Forum è un evento che mira ad incoraggiare l’imprenditoria digitale in Italia. <a href="http://officineformative.it/digital-economy/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/digital-economy/">OFF al Digital Economy Forum 2012- prima parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
</p><p>The post <a href="http://officineformative.it/digital-economy/">OFF al Digital Economy Forum 2012- prima parte</a> appeared first on <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1>Il 23 Marzo a Milano si è tenuto il <strong>Digital Economy Forum</strong></h1>
<p>Si tratta di un importante evento organizzato dall’<strong>ambasciata USA in Italia</strong>. Il Digital Economy Forum si è svolto al Museo Leonardo, il museo della Scienza e della Tecnologia. Anche in questo caso arrivo presto, alle 8.30, e mi accredito: qualche controllo in più sul bagaglio, ma i tempi per la registrazione sono veloci. Entro nella sala dove ritiro le cuffie per la traduzione simultanea, come a Roma. Alle 9.00 è tutto pronto per la registrazione video ed audio, ed anche qui c’è il wi-fi gratuito.</p>
<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/5709369107_b3def9078d.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4016" title="OFF al Digital Economy Forum 2012  prima parte" alt="OFF al Digital Economy Forum 2012  prima parte innovazione punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/5709369107_b3def9078d.jpg?resize=300%2C225" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Si comincia, e viene annunciato l’<strong>hashtag di Twitter</strong> che ci consentirà di fare<strong> live twitting</strong>: #DEF2012. Bene, cominciamo a twittare.</p>
<p>Nelle prime file vedo alcuni giornalisti che seguono sempre questi eventi: Emil Abirascid, che modererà l’incontro del pomeriggio, Massimo Sgrelli, Davide Agazzi di Progetto Rena, ed altri.</p>
<h3>Apertura del Digital Economy Forum</h3>
<p>I lavori vengono aperti dall’ambasciatore USA in Italia, <strong>David Thorne</strong>, il quale ci dice che <strong>il Digital Economy Forum è un evento che mira ad incoraggiare l’imprenditoria digitale in Italia. </strong></p>
<p>E’ anche -e soprattutto- una importante occasione di <strong>networking tra startupper</strong>, come testimonia l’aperitivo del pomeriggio organizzato da Indigeni Digitali.</p>
<p>Si sofferma sulla importanza di includere i giovani nell’<strong>Agenda Digitale italiana</strong>, ed analizza il mondo start up: su 10 società start up che nascono, soltanto 2 riescono a garantire agli investitori (venture capitalists, business angels, fondi di private equity) un ritorno dell’investimento.</p>
<p><strong>Ma anche per quelle due start up vale sempre la pena investire</strong></p>
<h3>Rischio del fallimento di una start up</h3>
<p>Parla anche del rischio del fallimento, un argomento che in Italia viene particolarmente temuto:<strong> il rischio fa parte dello sviluppo dell’economia</strong>, afferma l’ambasciatore, ma non deve impedirci di <strong>provare e ri-provare.</strong></p>
<p><strong> L’Italia in particolare deve proteggere questo settore, che è una importante base per costruire il futuro</strong>: l’ambasciatore incoraggia i giovani a creare il loro futuro, il loro destino. Passa poi ad un tema molto interessante, chiedendosi se sia possibile ricreare in un’altra parte del mondo una <strong>Silicon Valley</strong>.</p>
<h3>Tante Silicon Valley</h3>
<p><strong>La Silicon è un ecosistema unico</strong>, ma il suo esempio può valere a livello universale? L’ambasciatore pensa di sì, perché un ecosistema si crea quando si condividono conoscenze, si riesce a attrarre in un luogo i migliori talenti, si investe nelle aziende start up.</p>
<p>Ci possono essere dunque <strong>tante “Silicon Valley”</strong> in giro per il mondo, ognuna con la propria specificità locale: questo accade per esempio a New York, a Singapore, a Pune in India.</p>
<p><strong>Boston</strong> per esempio è diventata un interessante ecosistema negli ultimi anni, ed oggi è piena di start up. <strong>In Italia Milano</strong> può sicuramente essere una città molto adatta, perché si possono attrarre i migliori <strong>talenti del design, della moda. </strong></p>
<p>Ci sono luoghi nel mondo dove si sviluppano ecosistemi “settoriali”: per esempio ad Austin, in Texas, ci sono moltissime start up del settore petrolifero.</p>
<p>In Italia ci sono tuttavia alcuni ostacoli da rimuovere: in primo luogo quelli burocratici, in secondo luogo l’<strong>alfabetizzazione digitale</strong>. Il tema dell’Agenda Digitale deve essere al centro dei lavori del Governo, ed è prioritaria.</p>
<p>A volte succede che gli <strong>HUB</strong> particolarmente dinamici partano dal nulla, poggiandosi sulle proprie forze, senza aspettare interventi statali.</p>
<p>Questo sta accadendo spesso, e di solito poi il Governo interviene in un momento successivo per sostenere questi luoghi, per esempio con la diffusione della banda larga e dei servizi via Internet.</p>
<p>L’ambasciatore ha concluso con un passaggio che mi è molto piaciuto, e che vi riporto: l’aspetto più importante di queste giornate, ha affermato, è fare network. “Queste occasioni servono proprio a questo, perciò parlate con il vostro vicino di poltrona, o durante il caffè. (…) Il futuro è già qui, ed attualmente non è equamente distribuito, ma è compito dei giovani far sì che questo accada”.</p>
<p>L’intervento è stato applauditissimo, ed anche io sono rimasta molto colpita dalle parole dell’ambasciatore: la giornata è stata ricca di fatti, di reali contatti, non solo di parole.</p>
<p>Tra gli interventi che mi hanno maggiormente colpito vi riporto quello di <strong>Alessandro Rizzoli di Mopapp.</strong></p>
<h3>Cosa è Mopapp?</h3>
<p>Ne abbiamo parlato anche in un precedente post, ma lo riportiamo anche qui: <strong>Mopapp è “un servizio ideato nel 2010 da Alessandro Rizzoli, Marco Bellisano e Federico Sita, che permette il monitoraggio delle prestazioni delle App destinate a tablet e smartphone e permette di tracciare, analizzare e rappresentare in forma grafica i download, le vendite ed i ricavi delle proprie applicazioni sviluppate.</strong></p>
<p>L’anno scorso Mopapp si è aggiudicata l’edizione 2011 della competizione europea di <strong>Microsoft Bizspark</strong> ed è stata la prima startup italiana a vincere il Seedcamp raggiungendo circa <strong>500.000 euro di finanziamento.</strong></p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/MOPAPP.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4017" title="OFF al Digital Economy Forum 2012  prima parte" alt="OFF al Digital Economy Forum 2012  prima parte innovazione punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/MOPAPP.jpg?resize=300%2C104" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<h3>Come funziona Mopapp</h3>
<p>Sostanzialmente l’applicazione aiuta gli sviluppatori e gli editori delle <strong>mobile App</strong> a comprendere l’andamento e il comportamento dei loro prodotti nel mercato mobile: dal numero di download agli aggiornamenti, dalle vendite ai comportamenti d’acquisto degli utenti delle varie piattaforme. (…)</p>
<p>Recentemente Mopapp si è assicurata un ulteriore finanziamento di 1,5 milioni di euro da parte della società CRIF,la compagnia specializzata nei sistemi di informazioni creditizie, di business information e di supporto decisionale per banche e società finanziarie” (fonte articolo NinjaMarketing del 5 Marzo 2012).</p>
<p>Alessandro Rizzoli ha iniziato il suo intervento parlando di un libro, che ho diligentemente annotato nella mia wishlist: “<strong>The lean start up” di Eric Ries</strong>, che insieme a Steve Blank (autore dei libri “Foursteps to Epiphany” e “The Start up Owner’s Manual”, che avevo già inserito nella wishlist), è l’autore da seguire per gli startupper.</p>
<p>Secondo il libro di Ries l’idea di base deve essere sviluppata ad un livello minimo per poter andare subito sul mercato: si tratta della teoria del Minimum Viable Product , o MVP, che potete approfondire in questo link ( <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Minimum_viable_product">http://en.wikipedia.org/wiki/Minimum_viable_product</a>) . L’idea va poi perfezionata step by step, chiedendo feedback per migliorare ed andare avanti.</p>
<p>Molto importante è stato anche il concetto Fail/ Fast, che corrisponde alle fasi Build/Test: se l’idea è destinata a fallire, è meglio che accada presto, per poter riprovare, o per poter affinare l’idea, modificarla, ma soprattutto per non disperdere energie. In Italia non amiamo mostrare e mettere in piazza i nostri fallimenti, e questo è un errore. Di fronte ad un fallimento invece, se l’errore viene affrontato e risolto, modificando l’idea di business, si crea un circolo virtuoso, e questo processo va esplicitato, non nascosto.</p>
<h3>Perché molte start up falliscono?</h3>
<p>Secondo Alessandro Rizzoli, il motivo principale risiede nella <strong>incapacità di capire il mercato di riferimento</strong>, o nella scarsa conoscenza del target e dei potenziali clienti: la soluzione in questo caso è nel chiedere proprio ai clienti un <strong>feedback sul prodotto/servizio offerto. </strong>Lo sviluppo dei clienti (customerdevelopment) passa per alcune fasi che vanno seguite attentamente: CustomerDiscovery&gt;CustomerValidation&gt;CustomerCreation (co-creation)&gt;CustomerSegmentation.Alessandro ha concluso il suo speech dicendo: “non importa che voi abbiate mire locali o globali, il vostro cliente è colui che vi darà il feedback migliore del vostro prodotto”.</p>
<p>Nella prossima puntata vi parlerò di altri interventi che possono risultare utili per gli startupper: Come costruire un team, il caso di Shelby Tv, e l’intervento di un venture capitalist, Principia sgr.</p>
<p>(Foto DEF: avg_milano)</p>
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		<title>Internet of Things: tutto il mondo è connesso</title>
		<link>http://officineformative.it/internet-of-thing/</link>
		<comments>http://officineformative.it/internet-of-thing/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 07:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[elettrodomestici intelligenti]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[IoT]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I sostenitori dell’Internet of Things immaginano un mondo nel quale milioni di oggetti di vario genere siano collegati tra loro tramite Internet, in modo che possano comunicare e collaborare. <a href="http://officineformative.it/internet-of-thing/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/internet-of-thing/">Internet of Things: tutto il mondo è connesso</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Parliamo ancora di Internet of Things</h1>
<p>I sostenitori dell’<strong>Internet of Things</strong> immaginano un mondo nel quale milioni di oggetti di vario genere siano collegati tra loro tramite Internet, in modo che possano comunicare e collaborare.</p>
<p>Si tratta di un argomento che ha suscitato molto interesse sui social media quando abbiamo raccontato della “<strong>rivoluzione dei makers</strong>”.</p>
<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/INTERNET-OF-THINK.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4020" title="Internet of Things: tutto il mondo è connesso" alt="Internet of Things: tutto il mondo è connesso innovazione punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/INTERNET-OF-THINK.jpg?resize=212%2C300" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<h3>Oggetti connessi, interconnessi</h3>
<p>Enormi potenzialità si aprono per le nuove tecnologie degli oggetti. E<strong> l’Italia non resta a guardare.</strong></p>
<p>Parliamo innanzitutto di <strong>elettrodomestici intelligenti</strong>: la multinazionale <strong>Whirlpool</strong> ha aperto a Varese una società di ricerca e sviluppo, in collaborazione con il <strong>PoliMi (Politecnico di Milano)</strong> per progettare gli elettrodomestici del futuro.</p>
<p>Innovazione di prodotto e di servizio, come testimonia l’articolo apparso su <a title="intervista Whirlpool" href="http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1764687&amp;codiciTestate=1&amp;sez=giornali&amp;testo=whirlpool&amp;titolo=Whirlpool,%20l'innovazione%20&amp;egrave;%20italiana" target="_blank">ItaliaOggi</a> con l’intervista al vicepresidente della società di <strong>R&amp;S</strong> di Whirlpool.</p>
<p>Il progetto fa parte di un obiettivo più ampio, che è rappresentato dalla costruzione di un <strong>polo scientifico e tecnologico nel campo dell’alimentare</strong>: già 30 aziende del settore food hanno aderito all’iniziativa, e si prevede una ricaduta occupazionale molto significativa (+30% di ingegneri nelle varie aziende, ed un incremento dell’indotto).</p>
<p>Pronti a progettare lavatrici intelligenti, piani cottura che dialogano con i frigoriferi per la conservazione e cottura degli alimenti? Bene, allora questa potrebbe essere la vostra nuova sfida!</p>
<p>Oltre a Whirlpool, ci sono altre società che credono nella “connessione”: 7u770 1l m0nd0 3’ c0nn3550 (tutto il mondo è connesso) è il sottotitolo della <strong>serie tv Touch</strong>, in onda sui canali Sky.</p>
<p>Una originale campagna pubblicitaria, promossa da <strong>Unilever</strong>, sponsorizza a livello globale la serie tv con questo slogan. Ho visto i manifesti in giro per Milano, e vi assicuro che attirano l’attenzione.</p>
<p>Infine, vi racconto di un articolo apparso sulla <strong>rivista inglese di Accenture, scritto da Kishore Swaminathan</strong>, proprio sull’ Internet of Things: moltissime università americane, asiatiche ed europee stanno finanziando programmi di studio, ricerca e sviluppo nel campo dell’ IoT.</p>
<p>L’Unione Europea ha proprio un programma che si chiama “Internet of Things Initiative”, sostenuto da notevoli finanziamenti.</p>
<p>Proprio come la diffusione delle reti sociali tra le persone, il mondo si sta riempiendo di oggetti, di sensori intelligenti; l’utilizzo di queste tecnologie non è di per sé una novità, sottolinea l’autore.</p>
<p><strong>La vera novità</strong>, che sta esplodendo ora, è rappresentata dal fatto che c’è maggiore consapevolezza delle potenzialità derivanti dalla connessione degli oggetti. Per un reale sviluppo dell’Iot è però importante sfatare alcuni miti :</p>
<h3>1) IoT NON è una tecnologia</h3>
<p>Sotto questa denominazione si iscrivono molti dispositivi, profondamente diversi tra loro, molte applicazioni. “In altre parole, Internet of Things è un concetto, non una singola tecnologia che possiamo acquistare su uno scaffale”.</p>
<h3> 2) IoT NON è la nuova era di Internet</h3>
<p>Non pensiamo ai film di fantascienza, nei quali gli oggetti si dotano ad un certo punto di una “coscienza autonoma”. Si tratta più semplicemente di oggetti in grado di compiere delle azioni fisiche, come aprire una porta, girare un oggetto su un nastro trasportatore, aprire e chiudere valvole in una turbina idroelettrica in risposta ad un comando che viene inviato attraverso la Rete.</p>
<p>La rete è un mezzo di controllo da remoto di questi oggetti, come già avviene nel campo della domotica con le centraline elettroniche che comandano molti oggetti in casa (luci, tapparelle etc).</p>
<h3>3) IotNON viola le regole in materia di privacy, segretezza e protezione dei dati e delle persone</h3>
<p>I critici identificano in questo aspetto un fattore critico dell’IoT, poiché i sensori possono tracciare i movimenti delle persone ed i loro comportamenti. In realtà, è una questione di abitudine e di modelli di business, sostiene l’autore dell’articolo.</p>
<p>Oggi molte compagine assicurative offrono la cosiddetta “scatola nera” da installare nell’auto, per monitorare comportamenti alla guida potenzialmente dannosi o pericolosi.</p>
<p>In cambio dell’accettazione ad installare in auto questo dispositivo, le compagine offrono forti sconti sui premi. Molti automobilisti hanno accettato ed accettano questo “scambio”, perché è stato creato un nuovo modello di business, un nuovo dialogo tra oggetti e persone.</p>
<h3>4) IoT NON necessita di particolari device (dispositivi) che abbiano degli standard particolari per la comunicazione</h3>
<p>Il problema si porrebbe perché ci sono molte aziende che utilizzano reti proprietarie.</p>
<p>In realtà, sottolinea l’autore, “oggi molte aziende stanno ottenendo significativi benefici dalla comunicazione device-to-device, che vanno dal monitoraggio delle risorse alla ottimizzazione della supply-chain, fino ad applicazioni uniche e specifiche come la “customized pricing”, la tariffazione personalizzata, per esempio nel campo dei servizi”.</p>
<p>Per concludere, dunque, le potenzialità dell’IoT sono molteplici, e vi invito ad esplorarle, soprattutto nelle applicazioni open source, che si stanno sempre più diffondendo, come ho letto su Repubblica in recenti articoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Foto: Casaleggio Associati)</p>
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		<title>Eppela ed il crowdfunding</title>
		<link>http://officineformative.it/crowdfunding/</link>
		<comments>http://officineformative.it/crowdfunding/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 11:10:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Spinelli]]></category>
		<category><![CDATA[crowdfunding]]></category>
		<category><![CDATA[Eppela]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Lencioni]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta fondi]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Tra le tante start up presenti al World Wide Rome del 9 Marzo c’era anche Eppela, la prima piattaforma italiana di crowdfunding. Un progetto che permette il finanziamento di un'idea da parte degli utenti del web. <a href="http://officineformative.it/crowdfunding/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/crowdfunding/">Eppela ed il crowdfunding</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Un nuovo modo per finanziare la propria startup: il crowdfunding</h1>
<p>Tra le tante start up presenti al <strong>World Wide Rome</strong> del 9 Marzo c’era anche <strong>Eppela</strong>, <strong>la prima piattaforma italiana di crowdfunding</strong>. Per il ciclo delle interviste di OFF ho intervistato la sua fondatrice, Chiara Spinelli.</p>
<h3>Iniziamo subito con le definizioni: cos&#8217;è il crowdfunding?</h3>
<p>Citando Wikipedia:&#8221; Il crowdfunding descrive un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per supportare gli sforzi di persone ed organizzazioni. È un processo di finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. (&#8230;) La Rete è solitamente la piattaforma che permette l&#8217;incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di crowdfunding.</p>
<p>Colui che ha portato alla notorietà il crowdfunding oltreoceano è Barack Obama, pagando parte della sua campagna elettorale per la presidenza con i soldi donati dai suoi elettori, i quali erano i primi portatori di interesse. Le iniziative di crowdfunding si possono distinguere in iniziative autonome, sviluppate ad hoc per sostenere cause o progetti singoli, e piattaforme di crowdfunding. Le piattaforme di crowdfunding sono siti web che facilitano l&#8217;incontro tra la domanda di finanziamenti da parte di chi promuove dei progetti e l&#8217;offerta di denaro da parte degli utenti&#8221;.</p>
<p>Chiara ha creduto e crede fortemente in questo processo collaborativo. Conosciamo meglio lei ed Eppela.</p>
<h3>Domanda: Buongiorno Chiara, dopo il tuo speech a World Wide Rome ho pensato che una intervista potesse essere il modo migliore per spiegarci bene come funziona in concreto una piattaforma di crowdfunding. Ci puoi raccontare qualcosa? Come è nata Eppela?</h3>
<p>Risposta: Eppela è nata nell’autunno 2010 da una idea di Nicola Lencioni, e da una sfida che ho raccolto. Lavoravo per una agenzia pubblicitaria di Lucca, occupandomi soprattutto di creatività. Nicola Lencioni, che era il mio capo, mi ha fatto vedere Kickstarter, il sito americano più famoso di crowdfunding, che già all’epoca macinava grandi numeri, anche se ha avuto una vera e propria esplosione nel 2011.</p>
<p>In Italia non c’era niente del genere, c’era qualche altra realtà in Europa, ma niente di paragonabile al successo americano . Ho cominciato a fare ricerche, e a verificare le possibilità tecniche e tecnologiche di realizzare una piattaforma simile anche in Italia.</p>
<p>Il 2 Maggio 2011 Eppela è andata online con la prima versione della piattaforma.Eppela sostanzialmente è un sistema di raccolta fondi attraverso il web, che utilizza uno strumento sociale, e che consente di sostenere i progetti anche con piccole e piccolissime somme. Da noi per esempio l’importo minimo della donazione è di 2 euro, in USA 1 dollaro. Con questo metodo si raccolgono fondi, attraverso l’attività ed il sostegno di un gruppo di persone.</p>
<p>Eppela NON è un finanziamento che implica una partecipazione all’utile, e non è un fondo di venture che a volte prevede una partecipazione al capitale sociale. E’ molto adatto a progetti culturali, oppure al settore del no profit. L’importante è che siano progetti “chiusi”, ovvero che abbiano una loro organicità ed una loro chiara realizzazione. A fronte della donazione il progettista offre una ricompensa, un reward.</p>
<h5>Eppela ha scelto di essere una piattaforma generalista di crowdfunding, ovvero di ospitare progetti di diverso genere, organizzati in aree tematiche: Arte, Lifesyle, Tecnologia e Design, Innovazione Sociale (settore no profit).</h5>
<p>Un altro importante aspetto di Eppela è il cosiddetto “sistema tutto o niente”: il progettista stabilisce una soglia minima di realizzabilità, ed un tempo di permanenza del progetto sulla piattaforma, da un minimo di 30 ad un massimo di 120 giorni. Se il progetto raggiunge la soglia minima, o la supera (non c’è un limite massimo) allora i soldi vanno sul conto PayPal del progettista.</p>
<p>Se la soglia non viene raggiunta, i soldi non vengono trasferiti, ma non sono mai partiti, perché PayPalti fa sottoscrivere la cosiddetta “promessa dipagamento”, che decade se la raccolta ofndi del progetto non va a buon fine. Ovviamente è condizione essenziale che il progettista ed i sostenitori abbiano un conto PayPal.</p>
<h3>D: Hai parlato di un reward, di una ricompensa. Chi sostiene un progetto dunque ha una sorta di riconoscimento, se il progetto viene realizzato. Ci puoi fare qualche esempio di ricompensa?</h3>
<p>R: Le ricompense sono legate ad un prodotto o ad una emozione, ma sono sempre legate al progetto che si vuole lanciare. Per esempio chi vuole realizzare un video, consente il download digitale. Chi vuole realizzare un disco musicale, può inviare una copia fisica autografata. Per il cinema, è molto usato l’inserimento del nome del sostenitore nei ringraziamenti nei titoli di coda.</p>
<p>Le compagini teatrali per esempio offrono un posto in prima fila allo spettacolo, oppure la possibilità di vedere lo spettacolo da dietro le quinte, oppure una cena con la compagnia dopo lo spettacolo. Per i prodotti di design, il progettista offre un campione del prodotto, magari in edizione speciale o limitata.</p>
<h3>D: Quali sono le principali caratteristiche che analizzate nella selezione di un progetto?</h3>
<p>R: La selezione del progetto non è quasi mai nel merito dell’idea. Analizziamo soprattutto tre aspetti, tre valori:</p>
<p>1) Il Budget: è importante che il progettista abbia tarato il budget (la soglia minima da raggiungere) con l’idea che vuole realizzare. Il budget deve essere ovviamente coerente con il progetto stesso in termini reali. Da maggio 2011 abbiamo esaminato circa 800 progetti, molti dei quali scartati proprio perché l’importo richiesto era assolutamente non realistico rispetto all’ idea da realizzare (troppo basso o troppo alto).</p>
<p>2) La competenza del progettista o del team: se è una associazione, per esempio, chiediamo alcuni link e siti che ci rimandino alle attività della associazione. Se è un singolo, analizziamo la sua reputazione sociale, la sua credibilità sul web, analizzando le sue attività in Rete. Per competenza dunque non intendiamo titoli di studio o qualifiche, ma valutiamo la credibilità del progettista nel proporre e sostenere il suo progetto.</p>
<p>3) La conoscenza del meccanismo di funzionamento della piattaforma: verifichiamo se il progettista ha ben chiaro il funzionamento di Eppela, e soprattutto se ha compreso che per realizzare un progetto occorre molta tenacia e capacità di autopromozione. Il progettista deve capire che il suo progetto è innanzitutto una potente operazione di comunicazione, e dunque necessita di una adeguata promozione in Rete, soprattutto sui social network. E poi deve stabilire bene il sistema delle ricompense</p>
<h3>D: Aiutate i “wannabe startupper” dando loro consigli, per esempio sulla scelta della deadline, oppure sulle modalità di promozione dell’ idea?</h3>
<p>R: Certo, facciamo una grande opera di formazione sull’utilizzo della piattaforma e dei suoi meccanismi. Abbiamo verificato che il tasso di abbandono dei progetti da parte degli stessi progettisti è molto alto, perché spesso hanno sottostimato l’impegno richiesto, o non hanno compreso il sistema, o non sono sufficientemente tenaci nella promozione del progetto.</p>
<p>Noi forniamo una “mail di buoni consigli” nella quale cerchiamo di tarare insieme la ricompensa, consigliamo di concentrarsi sulle donazioni comprese tra i 2 ed i 100 euro, che sono quelle più facili daottenere e più idonee a raggiungere la soglia minima. Dopo le prime mail c’è un contatto più approfondito ed un esame da parte nostra della fattibilità del progetto. Sulla piattaforma abbiamo anche studiato una mail di “remind”per coloro che si avvicinano ad un progetto, dimostrano interesse (esempio apponendo un Like oppure condividendo sulla loro bacheca) ma non hanno effettuato ancora la donazione perché incerti, o perchè vogliono vedere come evolve l’andamento delle donazioni.</p>
<p>A pochi giorni dalla scadenza del progetto inviamo una mail di remind al sostenitore, ricordandogli il suo interesse e invitandolo a fare un’offerta al progetto, se non l’ha ancora fatta.</p>
<h3>D: Ad un anno di distanza dalla sua nascita, possiamo raccontare una esperienza di successo di un progetto finanziato tramite Eppela?</h3>
<p>R: Ti rispondo subito. Adesso per esempio abbiamo un progetto molto interessante, partito da qualche giorno, che ha già raccolto una discreta somma e che si propone di realizzare un modulo webserver per Lego Mindstorms Robots. Il ragazzo che lo promuove è molto bravo, ha fissato una soglia raggiungibile (6.000,00 euro), una deadline di 60 giorni, ed ha fissato una adeguata ricompensa, che è il dispositivo stesso (per informazioni vi rimando al sito del progetto <a href="http://www.eppela.com/ita/projects/162/nxt2wifi-modulo-webserver-per-lego-mindstorms-robots">http://www.eppela.com/ita/projects/162/nxt2wifi-modulo-webserver-per-lego-mindstorms-robots</a>).</p>
<p>Si ragiona soprattutto in termini di nicchia di mercato, sul modello della coda lunga di Chris Anderson. Il primo progetto realizzato da Eppela per esempio è stato quello di una ragazza, una grafica molto brava, che ha creato una linea di abbigliamento eco-compatibile a tema “vegan” (vegano) , con disegni molto originali, stampati su magliette importate da una azienda USA che utilizza solo materiali green. Tutta la filiera della produzione è green.</p>
<p>Lei rappresenta proprio la prova di come si può operare bene con Eppela: si è posta in modo molto informale, è stata molto attiva sui social media per promuovere la sua idea, ha detto che voleva inseguire il suo sogno e farlo diventare il suo lavoro. I soldi le sono serviti per comprare una nuova macchina da cucire e per promuovere il progetto a fiere e mercatini. Il suo progetto è risultato vincente perchè ha unito il messaggio alla capacità di raccontarsi bene, ad una ricompensa adeguata (il prodotto, la maglietta, il capo di abbigliamento).</p>
<p>Oggi per lei si sono aperte nuove opportunità: è stata ospitata in eventi di settore, ad una sfilata vegan a Parigi, ha un nuovo sito web di e-commerce etc. Ma soprattutto Eppela è stata utile per lei per crearsi nuovi contatti, per fare network e crearsi un nuovo pubblico.</p>
<h3>D: Quali ostacoli si incontrano in Italia nella diffusione della conoscenza del crowdfunding?</h3>
<p>R: Il primo grande ostacolo in Italia è rappresentato dal “digital divide”: siamo tutti su Facebook, abbiamo imparato a pubblicare video su YouTube ma pochi sanno come aprire un conto PayPal. La necessità di avere il conto PayPal è il primo grosso deterrente: molti mi chiedono ancora se è possibile operare con un bonifico bancario o addirittura un vaglia postale (!), senza sapere che bastano pochi click per aprire un conto PayPal, che è gratuito, e permette di effettuare pagamenti online in tutta sicurezza.</p>
<p>Ad una scarsa conoscenza si unisce l’analisi delle dinamiche sociali: chi va su Eppela e sostiene un progetto chiede la fiducia nei confronti del progettista, che quindi deve avere una buona reputazione sociale. Chi sostiene un progetto lo fa per altruismo e mecenatismo, ma anche per avere un prodotto in anteprima o in esclusiva.</p>
<p>Questo ultimo aspetto è il principale motore per il sostegno dei progetti in Kickstarter, la piattaforma Usa di crowdfunding, che solo nell’ultimo anno ha realizzato più di 3.000 progetti. Ora il mercato guarda con attenzione ai progetti realizzati per il tramite di Kickstarter.</p>
<p>In Italia, in considerazione della crisi economica ed occupazionale, la possibilità di sostenere un progetto di start up è anche un modo per i consumatori di dire al mercato ciò che piace a loro. Se io ed altri tremila sosteniamo quel progetto, lanciamo un segnale al mercato, perché siamo un nuovo pubblico per una nuova nicchia di mercato. (E’ proprio quello che ha detto Chris Anderson a proposito dei makers, come abbiamo raccontato in un precedente post). Il crowdfunding dunque è un meccanismo di condizionamento dal basso del mercato, e può davvero rappresentare un sostegno capillare all’industria low budget.</p>
<h3>D: Ultima domanda, Chiara. Cosa diresti ai giovani che abbiano il desiderio di realizzare un progetto e vogliano avvalersi della vostra piattaforma per accedere ai capitali necessari?</h3>
<p>R: Direi a loro che la piattaforma di Eppela è uno strumento perfettibile, e che stiamo lavorando perché lo strumento sia sempre più performante. Accettiamo dunque tutti i consigli ed i suggerimenti che gli utenti vorranno inviarci e fornirci. Direi anche ai giovani che lo strumento c’è, ora ci vogliono solo le idee, bisogna riempire la piattaforma di progetti, di nuovi contenuti.</p>
<p>I buoni progetti fanno sempre parlare di sé e la notizia arriva non solo agli appassionati, ma soprattutto ai “profani”, cioè ad un pubblico più ampio ma potenzialmente interessato. Eppela è alla ricerca di nuovi progetti, perché ogni progetto che viene realizzato è un successo condiviso tra il progettista ed il team di Eppela, e non soltanto per il 5% che Eppela trattiene sulla soglia raggiunta (c he per importi piccoli, aggiungo io, è veramente modesta: pensate che in un progetto di 6.000,00 euro il 5% corrisponde a 300 euro).</p>
<p>Il successo, il vero risultato è nel fare network, nel creare ed alimentare una community online, nel cercare “sostenitori seriali”, che sappiano apprezzare e riconoscere i progetti validi. Vorrei infine dire ai giovani: se non ci sono le opportunità di lavoro in Italia, allora COSTRUIAMOCELE!</p>
<p>Con questo bellissimo augurio termino l’intervista a Chiara, che ringrazio moltissimo per il suo tempo e la sua disponibilità. Per approfondimenti vi rimando ovviamente al sito di <a href="www.eppela.com">Eppela</a> , alla pagina Facebook, e vi allego il link dell’intervento di Chiara al World Wide Rome.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/tcaSFP9m6dE" height="315" width="560" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Alla prossima intervista, startupper!</p>
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		<title>Nicola Farronato e MySmark</title>
		<link>http://officineformative.it/mysmark/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 07:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[B-sm@rk]]></category>
		<category><![CDATA[Dublino]]></category>
		<category><![CDATA[La fabbrica della felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Farronato]]></category>
		<category><![CDATA[vocabolario emozionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Si tratta di un vulcanico imprenditore e startupper che ho incontrato recentemente, ma che mi ha colpito molto per la sua positività, determinazione, e per la capacità di avere una visione. <a href="http://officineformative.it/mysmark/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/mysmark/">Nicola Farronato e MySmark</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>MySmark, trarre più valore dalle rete di utenti.</h1>
<p>Per il ciclo delle interviste di OFF oggi vi presento <strong>Nicola Farronato</strong>, che ha fondato MySmark.</p>
<p>Si tratta di un vulcanico imprenditore e startupper che ho incontrato recentemente, ma che mi ha colpito molto per la sua positività, determinazione, e per la capacità di avere una visione.</p>
<p>Nicola ha fondato una start up davvero interessante, viene dal Veneto e vive a Dublino per seguire il suo sogno: una scelta decisamente contro corrente, rispetto al desiderio di molti imprenditori di fondare una start up in California.</p>
<h3>Domanda: Cominciamo parlando un pò di te: ho letto che sei stato in Giappone ed in Silicon Valley. Come ti hanno cambiato queste esperienze all’estero?</h3>
<p>Risposta: sono nato a Bassano del Grappa e ho studiato Economia a Venezia. La zona in cui sono cresciuto fa parte di un distretto industriale molto importante nel Nord Est, nel quale sono nati marchi come Diesel, Geox, Montegrappa e molte aziende manifatturiere. Anche il co-fondatore di <strong>MySmark</strong> è veneto e questo legame con la nostra terra è essenziale per comprendere il contesto all’interno del quale nascono le idee.</p>
<p>Dopo la laurea ho lavorato per alcuni anni in imprese venete, che hanno una forte vocazione internazionale: io volevo viaggiare, e così mi sono specializzato nell’export e per lavoro ho visitato diversi paesi in Europa , Medio ed Estremo Oriente, Nord America. Nel 2004, a 26 anni -ora ne ho 35- ho mollato il “posto sicuro” e sono andato in California tra San Diego e Los Angeles: volevo fondare una start up che non aveva niente a che fare con il mondo tech.</p>
<p>Era una azienda di food&amp;drink, ma è fallita prima di nascere. Il fallimento però mi ha insegnato tantissime cose, che mi sono servite nelle mie esperienze successive. Così sono tornato in Italia e sono partito da zero. Ho incontrato molte persone nel mondo dell&#8217;innovazione, e il professor Piero Formica, che è specializzato in “economia della conoscenza”, è certamente una di quelle che mi ha più segnato, specie dopo essere venuto in contatto con Intentac, l&#8217;International Entrepreneurship Academy (www.intentac.org) da lui fondata.</p>
<p>Il prof. Formica è interessato alle persone che sappiano trasformare le idee in valore: lui li chiama “imprenditori della conoscenza”. Non si tratta solo di un modo di lavorare, ma anche di essere, un vero e proprio lifestyle nel quale mi sono subito riconosciuto: così ho proposto a Piero di fondare Yeam, una sezione giovani di Intentac.</p>
<h3>D: Parlaci di YEAM &#8211; Young European Avantgarde Minds. Cosa fa in concreto?</h3>
<p>R: Yeam è un piccolo grande newtork che raccoglie giovani talenti dell&#8217;innovazione in Europa, mettendo in contatto le idee, le persone, con modalità bottom-up (dal basso verso l’alto), per far emergere i valori migliori. Si rivolge a ricercatori e giovani che cercano un nuovo approccio per guardare il mondo, contaminando modelli diversi.</p>
<p>Penso per esempio ad Alexander Osterwalder, un ragazzo svizzero che fa parte di Yeam e che ha inventato una metodologia molto semplice ed efficace di descrizione di un modello di business, tramite un Business Model Design Kit fatto di post-it e prototipi di nuove idee di business (nota: si tratta del Business Model Canvas del quale abbiamo parlato in un precedente post).</p>
<h3>D: Ho letto del tuo primo progetto, Smile@work, che è una “piattaforma di raccomandazione targettizzata”. Mi è piaciuto moltissimo il concetto personale di felicità, applicato anche agli ambienti lavorativi ed alle grandi organizzazioni. Nell’ultimo numero di Harvard Business Review si parla proprio del “Fattore F”, cioè della felicità in azienda e dell’engagement dei dipendenti. Come è nato Smile@work?</h3>
<p>R: nel 2006 ho scritto un piccolo libro, che si chiama “La fabbrica della felicità”: è una rivisitazione della fabbrica di Charlie Chaplin (in &#8220;Tempi moderni&#8221;), in cui la fabbrica è un luogo dove contano la soddisfazione personale e la felicità. E’ ovviamente una visione ideale del concetto di felicità al lavoro, però è stata la miccia di Smile@Work prima e di MySmark in seguito.</p>
<p>Dopo questo libro, che ho condiviso con molte persone sviluppando il cosiddetto “pensiero laterale”, ho incontrato Paolo Panizza, conosciuto nel corso di una precedente esperienza di lavoro, ed insieme abbiamo fondato B-sm@rk, un nome un programma: “Be Smile At Work”! Ci sono voluti più di due anni dal primo germoglio dell’idea per trovare una giusta dimensione e per realizzare concretamente il progetto. B-sm@rk nasce ufficialmente nel 2010.</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/b-smark.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-4034" title="Nicola Farronato e MySmark" alt="Nicola Farronato e MySmark interviste " src="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/b-smark.jpg?resize=240%2C114" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Nel frattempo il baricentro di Intentac si era spostato a Dublino. Nel 2010 abbiamo fatto due roadshow di presentazione: uno in Italia, dove ho riscontrato molto interesse ma nessuna concreta risposta e nessun seguito, ed uno in Irlanda, dove siamo stati notati dal NDRC (National Digital Research Center).</p>
<h3>D:Ci racconti della premiazione a Dublino da parte del National Digital Research Center?</h3>
<p>R: E’ stata una sorpresa entrare al NRDC, che è la 6° piattaforma di sviluppo di start up in Europa (secondo Kauffmann Foundation). E’ un acceleratore di idee digitali sito di fronte alla Guinness Storehouse, la storica fabbrica della birra, che viene prodotta da 250 anni sempre nello stesso modo, con lo stesso successo.</p>
<p>La Storehouse (come la chiamano a Dublino) è quasi agli antipodi del mondo start up, ma dimostra che un prodotto può essere ancora attuale ed apprezzato dopo duecentocinquanta anni.Dopo la presentazione del nostro business plan e il pitch, siamo stati selezionati insieme ad altre nove start up per essere lanciati dalla piattaforma. Era gennaio 2011, abbiamo mollato tutto (chi scuola, chi lavoro) e siamo partiti da un giorno all’altro per Dublino: quattro mesi dopo abbiamo vinto il LiftOff, il premio che gli investitori irlandesi riservano al progetto migliore che esce da questa fucina.</p>
<p>Erano tutti sorpresi che una azienda italiana vincesse una competizione nel mondo irlandese delle start up digitali: devi sapere che l’Irlanda è un incredibile ecosistema di aziende tech, perché le multinazionali statunitensi ed asiatiche hanno tutte un hub per l’Europa a Dublino o dintorni. Qui soltanto Google ha 3000 dipendenti, c’è Facebook, Twitter, Intel, Microsoft etc. L’Irlanda è infatti uno dei primi esportatori di tecnologia IT all’interno dei paesi OCSE, con particolare specializzazione nel campo della semantica.Dopo la vittoria abbiamo ottenuto anche un “follow-on investment” da parte di due business angels, uno italiano ed uno irlandese. A settembre 2011 abbiamo lanciato la versione beta di MySmark.com</p>
<h3>D: Parliamo di MySmark: possiamo dire che “MySmark contribuisce ad estrarre un maggior valore dalle connessioni degli utenti”, come hai detto in una intervista. Cosa vuol dire?</h3>
<p>R: MySmark è il cuore di B-sm@rk, e vuol dire “Make your Smart Mark”, traducibile nell&#8217;espressione diretta, spontanea e condivisa di un commento, in base alla propria personalità e alle priorità di ciascuno. Siamo partiti dall’idea secondo cui le opinioni dei consumatori sono molto importanti per le aziende e la rete in generale, e che sempre più aziende si dirigono verso una co-creazione di contenuti con i loro utenti e clienti (nota: ne abbiamo parlato spesso anche nel nostro blog a proposito di co-creation e marketing conversazionale).</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/mysmark1.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4032" title="Nicola Farronato e MySmark" alt="Nicola Farronato e MySmark interviste " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/mysmark1.jpg?resize=300%2C145" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Abbiamo deciso allora di lavorare sul dominio delle emozioni, e precisamente sulla personalizzazione del concetto di soddisfazione; la sfida è stata trovare un prodotto spendibile, vendibile, facilmente comprensibile dal mercato, pur capace di sintetizzare un messaggio naturalmente complesso. Abbiamo notato allora che oggi gli utenti lasciano molte opinioni sui siti, ma in modo “tradizionale”: risposte chiuse Sì/No, il generico Leave a Comment (lascia un commento) i commenti social Like/Unlike, il sistema di stellatura, il modello di Kirkpatrick etc.</p>
<p>Immaginando di unire la nostra radice culturale italiana legata al rapporto tra brand e consumatore con le altissime competenze in ambito digitale e semantico dell&#8217;Irlanda, abbiamo sviluppato un servizio che consente di monitorare l’ingaggio dei consumatori nello spazio di un click.</p>
<p>MySmark apre ad una nuova interazione con i contenuti, una nuova visibilità degli stessi, una mappatura in tempo reale delle risposte affettive dei consumatori e degli utenti in generale. Abbiamo creato un tool a disposizione di utenti ed aziende, che aumenta l’ ”User Empowerment”, e che dà la possibilità a ciascuno di esprimersi in termini di “consumer experience” in pochi click, personalizzando il ventaglio del proprio linguaggio grazie alle emozioni.</p>
<p>Dal punto di vista delle aziende, Mysmark descrive l&#8217;esperienza degli utenti dando voce direttamente a loro, sui binari di una conversazione personalizzata con il brand. Lo fa tramite una consolle di statistiche dinamiche ed esportabili, complementari alle attività di ricerca di mercato delle aziende, che possono essere utilizzate anche per targetizzare contenuti specifici agli utenti. In tempo reale, in un momento di alto ingaggio con il consumatore, in maniera individualizzata e calibrata.</p>
<h3>D: Che legame c’è tra MySmark e la content curation?</h3>
<p>R: un forte legame, perché le aziende possono rispondere ai clienti che esprimono un feedback. L’ingaggio generato da MySmark genera una vera e propria conversazione tra azienda e cliente, che adesso non c’è , oppure è molto limitata. Prova ad osservare questo fenomeno: quando viene pubblicato un contenuto da parte di una azienda ci sono dei commenti, e questo approccio è bottom up, dal basso verso l’alto.</p>
<p>I commenti tuttavia restano spesso slegati tra loro e non prevedono quasi mai una risposta da parte dell’azienda stessa. Non c’è conversazione. Le classiche comunicazioni corporate seguono ancora troppo l’approccio top down, perché hanno come obiettivo campagne “allargate”, mass market, che tendono a raggiungere quanti più utenti possibili. Tra l’approccio bottom up ed il classico approccio top down c’è appunto la conversazione.</p>
<p>Questa è la nostra VISION, la nostra ispirazione: conversazione vuol dire instaurare un legame esplicito, spontaneo e personalizzato con ciascun utente o ciascuna categoria di utenti. Si supera di gran lunga la classica segmentazione dei clienti per età o per altri criteri demografici: è l’utente che ci racconta le varie sfumature della sua User Experience, o Customer Experience. Questa è la frontiera che MySmark sta esplorando.</p>
<h3>D: Quali sono i prossimi passi di MySmark? Pensate ad un plug in per siti terzi?</h3>
<p>R: è un momento molto intenso e dinamico, abbiamo appena lanciato MySmark in Italia, Spagna, Irlanda e UK, e stiamo rispondendo a vari brand internazionali che hanno base in questi Paesi in merito a collaborazioni dedicate. Il servizio è disponibile nelle tre lingue sia come FacebookApp che come integrazione a pagine web in modalità social plugin. L&#8217;anteprima del servizio per la piattaforma WordPress vede proprio una collaborazione speciale con OFF, che aprirà la possibilità di scaricare un plugin di MySmark dedicato direttamente a tutti i bloggers.</p>
<p>Stiamo sperimentando collaborazioni nel mondo della formazione e dell’e-learning: abbiamo un accordo con l’Università di Camerino, che utilizza internamente la piattaforma Moodle, dove è partito un progetto pilota che coinvolge oltre 100 studenti che forniscono feedback alla fine di ogni lezione con MySmark.</p>
<p>Ospitiamo anche studenti da Camerino e altre Università in Italia per qualche mese a Dublino, per far fare ai ragazzi una esperienza all’estero in una città molto vivace proprio nel terreno emergente delle start-up. Dublino è un ecosistema digitale preferenziale, e rappresenta anche una porta privilegiata verso il Nord America e la East Coast.</p>
<p>MySmark consente ad un utente di crearsi un proprio vocabolario emozionale in base alla personalità e alle priorità di consumatore, con l&#8217;obiettivo di instaurare un vero e proprio dialogo con le aziende, i brand e le reti sociali.</p>
<p>Parliamo quindi di descrivere in tempo reale commenti, opinioni e raccomandazioni esplicite e dirette degli utenti nei confronti di un contenuto. Questa scia ci sta portando a contatto con possibili partners tecnologici, sia in Europa che in America. Stiamo partendo per un mini tour in USA proprio nei prossimi giorni. There is something in the air &#8230;</p>
<h3>D: Dove andrete in particolare? In Silicon Valley?</h3>
<p>R: No, abbiamo scelto la East Coast, ed in particolare due città, New York e Boston. La prima perché è molto legata al mondo dei nuovi media, delle news e del broadcasting, la seconda perché è una mecca della ricerca e del marketing (nota: questo corrisponde a quanto si è detto durante il Digital Economy Forum, che vi racconterò in un post successivo).</p>
<p>Faccio allora un forte in bocca al lupo a Nicola e a tutto il team di B-sm@rk per questi appuntamenti internazionali, e vi riporto la conclusione della intervista, perché penso sia il messaggio più importante da trasmettere ai giovani startupper.</p>
<h3>D: Come ti definiresti in una parola?</h3>
<p>R: Mi piace “founder”: un entusiasta, una persona che segue la sua visione e si impegna per attrarre attorno a se persone normalmente speciali, per poterla realizzare insieme. Fondare è per me il rovescio della medaglia di condividere, con tutti quelli che credono nella regola del “makeithappen!”, ovviamente.</p>
<p>Ringrazio moltissimo Nicola per la sua disponibilità, e nel darvi appuntamento alla prossima intervista, vi allego un mockup (una riproduzione) di MySmark con una miniguida all’utilizzo di MySmark in quattro punti.</p>
<p><strong>MINIGUIDA ALL’UTILIZZO DI MYSMARK</strong></p>
<p>1. <strong>ACCEDI</strong> a MySmark e vota: crea e personalizza il tuo vocabolario emozionale in base alla tua personalità e priorità</p>
<p>2. <strong>SCEGLI</strong> la tua risposta emozionale tra le 33 disponibili nella tua Rosa delle emozioni semplicemente passando con il tuo cursore sopra i petali colorati e vedendo a quale delle tue emozioni ciascuno corrisponde.</p>
<p>3. <strong>SELEZIONA</strong> con 1-click la tua risposta emozionale, se vuoi commentala liberamente e condividila con amici e followers.</p>
<p>4. Hai fatto uno SMARK! Vedi quanti altri commenti ci sono e cosa ne pensano gli altri utenti. GRAZIE!</p>
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<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/mysmark.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3361" title="Nicola Farronato e MySmark" alt="Nicola Farronato e MySmark interviste " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/mysmark.jpg?resize=374%2C130" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p><a href="http://officineformative.it/mysmark/">Nicola Farronato e MySmark</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF &#8211; Officine Formative</a></p>
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		<title>MateFitness: la palestra della matematica</title>
		<link>http://officineformative.it/le-interviste-di-off-matefitness/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 09:44:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[palestra di matematica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Intervista a Cecilia Tria, Responsabile Marketing, Comunicazione e Relazioni Esterne di Matefitness. <a href="http://officineformative.it/le-interviste-di-off-matefitness/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/le-interviste-di-off-matefitness/">MateFitness: la palestra della matematica</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Per il ciclo delle interviste oggi vi presento una start up molto speciale, partita nel 2006, ma che sta riscuotendo un enorme successo in Italia, tanto da essere notata all’estero da un colosso come Google. Il progetto si chiama <strong>MateFitness</strong> ed è un progetto del CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Matefitness.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4045" title="MateFitness: la palestra della matematica" alt="MateFitness: la palestra della matematica interviste " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/Matefitness.jpg?resize=300%2C170" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Per OFF ho intervistato la Responsabile Marketing, Comunicazione e Relazioni Esterne <strong>Cecilia Tria</strong>.</p>
<h3>Domanda: Come è nata la &#8220;palestra della matematica&#8221;?</h3>
<p>Risposta: A Genova si tiene da ormai 10 anni il Festival della Scienza, uno dei più importanti eventi scientifici divulgativi a livello europeo. Nel corso delle edizioni del2004 e 2005, alcune mostre interattive di matematica, progettate da Giuseppe Rosolini, docente di logica alla Facoltà di Matematica di Genova e da Giovanni Filocamo, oggi project manager di MateFitness e tecnologo del CNR, hanno riscosso particolare successo tra i giovani, le famiglie e gli insegnanti delle scuole.</p>
<p>Il pubblico usciva divertito e stupito di quanto la matematica potesse essere divertente e “curiosa”, in netto contrasto con il diffuso sentimento di ostilità verso la materia. Da questo bel risultato, dalla consapevolezza che la matematica è imprescindibile per chi fa studi scientifici e dalla constatazione che mancava un’offerta divertente per gli studenti legata alla matematica, la presidente dell’Associazione Festival della Scienza, Manuela Arata, Giuseppe Rosolini e Giovanni Filocamo hanno dato l’avvio alle attività della prima palestra della matematica del CNR nell’aprile 2006.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/matefitness-2.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-4046" title="MateFitness: la palestra della matematica" alt="MateFitness: la palestra della matematica interviste " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/matefitness-2.jpg?resize=146%2C210" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Una sperimentazione di tre mesi presso un bellissimo spazio messo a disposizione dal Palazzo Ducale di Genova ha decretato la riuscita del progetto e la palestra della matematica MateFitness è diventata una realtà permanente ed oggi è uno dei progetti divulgativi di punta del CNR.</p>
<h3>D:Le vostre iniziative, i percorsi e gli exhibit si basano sulla idea di insegnare intrattenendo. Questo concetto viene chiamato edutaiment (education+entertainment).Qual è il valore aggiunto di questa modalità formativa?</h3>
<p>R: Il valore aggiunto sta nel coinvolgimento diretto dei bambini e dei ragazzi attraverso il gioco: quando si divertono, i ragazzi partecipano a quello che gli si propone in modo attivo, quindi più facilmente si concentrano su quello che si fa e cercano di capirlo.</p>
<p>Associando un’esperienza pratica (manipolativa o visiva) a concetti teorici, tra l’altro, è più facile ricordare quanto appreso. Nella palestra della matematica, tra l’altro, raramente ognuno gioca per conto suo: più spesso i gruppi di grandi o piccoli partecipanti ragionano insieme su un problema da risolvere o su un indovinello. La conoscenza e le “risposte giuste”, in questo modo, si costruiscono insieme, in un processo spontaneo di mediazione.</p>
<h3>D: Google ha selezionato il vostro progetto tra i &#8220;charitablegivings&#8221; del 2011; è l&#8217;unico progetto italiano che riceverà un contributo di 100.000 dollari per potenziare ed ampliare le vostre attività.Quali sono le prossime iniziative?</h3>
<p>R: Il contributo di Google servirà a intensificare il rapporto del progetto con le scuole: stiamo organizzando 150 sessioni laboratoriali interattive e gratuite in scuole secondarie di primo e secondo grado di 5 regioni: Liguria, Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna.</p>
<p>Estenderemo le nostre attività estive alla Toscana, portando nei lidi della Versilia il progetto di “BeachMath”, la “matematica in spiaggia”, con il quale da 4 anni proponiamo l’animazione scientifica come intrattenimento intelligente per ragazzi, famiglie e seniores, sotto l’ombrellone. Infine, questo “grant” ci dà la possibilità di realizzare un sogno che abbiamo nel cassetto da anni, una rete di nuove palestre della matematica da aprire sul territorio nazionale.</p>
<h3>D:La squadra di MateFitness è composta di giovani e si rivolge alle giovani generazioni: quali sono le doti di un animatore-allenatore di MateFitness? E quali desideri scoprite nei ragazzi che &#8220;allenate&#8221; ogni giorno?</h3>
<p>I nostri animatori scientifici di solito hanno un bagaglio culturale mutuato da studi scientifici: sono giovani laureati o studenti non solo di matematica, ma anche di fisica, informatica, scienze naturali, ambientali, ingegneria, etc. Quel che conta di più, però, è che sappiano comunicare temi scientifici &#8211; in particolare matematici &#8211; anche complessi, a chi non è esperto e con un linguaggio adeguato. Per questo chiediamo loro di prepararsi bene prima delle attività e di partecipare ad un corso di formazione iniziale che va avanti tutto l’anno con dei “richiami” mensili.</p>
<p>E poi vogliamo che esprimano tutta la loro passione per la materia, nel lavoro che fanno. I ragazzi che “alleniamo”, più che desideri, esprimono stupore quando escono dalla palestra della matematica: sembra che la possibilità divertirsi con i numeri o con la geometria sia davvero una bella sorpresa per loro!</p>
<h3>D: In che modo le nuove tecnologie hanno contribuito a sviluppare e diffondere i percorsi formativi di MateFitness?</h3>
<p>R: Lo strumento tecnologico che utilizziamo di più è il nostro sito internet (www.matefitness.it), un vero e proprio catalogo online di tutte le nostre attività, consultabile anche da chi non ha occasione di venire a trovarci nella “palestra” genovese.</p>
<p>Anche se il progetto MateFitness è nato per giocare con la matematica attraverso exhibit e materiali didattici “in presenza”, attraverso il sito si può provare a risolvere a casa indovinelli e problemi, scoprire tanti contenuti e curiosità matematiche e gli insegnanti possono scegliere quali attività proporre ai propri studenti in visita alla palestra della matematica navigando in rete ed esplorando i nostri “percorsi tematici”.In “palestra”, da più di un anno, abbiamo inoltre una lavagna interattiva multimediale.</p>
<p>E’ uno strumento che insegnanti e studenti dovrebbero conoscere ma che spesso a scuola non si sa bene come utilizzare: in abbinamento ad Alnuset, un software realizzato dall’Istituto per le Tecnologie didattiche del CNR (CNR-ITD), noi la utilizziamo per proporre alle scuole secondarie attività didattiche di algebra, passando dalla modalità manipolativa dei nostri laboratori ad esperienze multimediali.</p>
<h3>D: Cosa potete dire ai giovani che vogliano realizzare una idea nel campo della formazione ed educazione?</h3>
<p>R: Che c’è bisogno di loro! Della loro creatività e intraprendenza in tutti i campi del sapere. Per dare un supporto concreto al mondo della scuola e offrire ai giovani nuove idee e possibilità per crescere e formarsi in un mondo che cambia velocemente.</p>
<p>Ringrazio moltissimo Cecilia e MateFitness per la loro disponibilità, e vi invito a visitare il sito www.matefitness.it e la pagina Facebook, per vedere da vicino le iniziative che si svolgono in tutta Italia, come la giornata del Pi Greco, il 14 Marzo. Perché la matematica si può imparare divertendosi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Foto2:http://www.gravita-zero.org)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pop Channel: quando il negozio riconosce i clienti</title>
		<link>http://officineformative.it/pop-channel-quando-il-negozio-riconosce-i-clienti/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 10:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[in-store marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Pop Channel]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Majrani]]></category>
		<category><![CDATA[shopper tracking]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa a Milano è stato presentato Pop Channel, definito come “la soluzione espositiva che cambierà le regole dell’in-store marketing”. <a href="http://officineformative.it/pop-channel-quando-il-negozio-riconosce-i-clienti/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/pop-channel-quando-il-negozio-riconosce-i-clienti/">Pop Channel: quando il negozio riconosce i clienti</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Fino a poco fa i clienti entravano nei negozi e riconoscevano prodotti o servizi: oggi può accadere che sia il negozio a riconoscere il cliente che entra. Non siamo nel film Minority Report, quando Tom Cruise entrava nella metro e veniva riconosciuto grazie all’impianto installato nella retina dell’occhio. Il film era tratto dal geniale racconto di Philip K. Dick, scritto nel 1956, ed il futuro immaginato era nel 2054.</p>
<p>Con quaranta anni di anticipo è stato inventato un dispositivo che piacerebbe molto a Dick: qualche giorno fa a Milano è stato presentato <strong>Pop Channel</strong>, definito come “<strong>la soluzione espositiva che cambierà le regole dell’in-store marketing</strong>”.</p>
<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/popo-channel.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-4052" title="Pop Channel: quando il negozio riconosce i clienti" alt="Pop Channel: quando il negozio riconosce i clienti innovazione punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/popo-channel.jpg?resize=300%2C237" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Le nostre fonti per questo post sono alcuni articoli apparsi su Advertiser, su RetailWatch e su ItaliaOggi.</p>
<p>La creazione è di Riccardo Majrani, fondatore di Majrani Group. Pop Channel è la soluzione tecnologica per promuovere prodotti di largo consumo sul mercato: aumenta la visibilità dei prodotti esposti e veicola messaggi personalizzati in base al target di riferimento.</p>
<h3>Come funziona?</h3>
<p>Il <strong>sensore “shopper tracking”</strong> installato sull’espositore decodifica infatti il profilo del consumatore trasformando i dati – età, genere e permanenza nell’area di acquisto &#8211; in informazioni utili per adattare il messaggio trasmesso in tempo reale tramite “digitalsignage”, un’ evoluzione strategica per il marketing di prossimità.</p>
<p>L’innovazione tecnologica di Pop Channel si unisce a un design moderno in grado di attirare l’attenzione degli acquirenti: l’espositore è dotato di vassoi in plexiglass modulabili con led luminosi integrati e monitor LCD in full HD per la trasmissione di immagini, filmati e messaggi pubblicitari ad hoc. La struttura può essere personalizzata con strumenti cartotecnici classici, per un rapido cambio di comunicazione in base alle esigenze di customizzazione del cliente.</p>
<p><strong>Pop Channel permette anche di misurare in tempo reale l’andamento dell’attività sul singolo punto vendita</strong>: l’utente infatti può monitorare i dati attraverso un cruscotto on line con accesso dedicato. In base ai risultati raccolti (traffico, profilazione cliente, tempo di permanenza etc.) potrà valutare gli effetti della comunicazione “in onda” ed adattare il messaggio come un vero e proprio media in-store.</p>
<p>Le informazioni sono raccolte in forma aggregata e anonima nel rispetto della tutela dei dati personali e ai sensi del codice Privacy.</p>
<p>L’altra grossa novità di Pop Channel è la <strong>tecnologia “pick up sensor”</strong>, che segnala le variazioni di peso sui vari ripiani e permette quindi di quantificare in tempo reale il flusso dei prodotti in uscita.</p>
<p>I primi test, effettuati dalla marca nelle principali insegne della grande distribuzione, hanno confermato le potenzialità registrando un incremento significativo nelle vendite a valore e volume rispetto alle tradizionali forme di marketing in-store, confermando Pop Channel come l’attività con il più alto ROI (Return on Investment), come dichiarato da una multinazionale di riferimento nel mondo del personal care.</p>
<p>Per questo progetto è stata depositata una domanda di <strong>brevetto internazionale</strong>: “Pop Channel è il risultato di un percorso di sviluppo realizzato dal nostro <strong>Centro Ricerca di Ginevra</strong>, che ha l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie dall’alto valore aggiunto” afferma Riccardo Majrani. “Innovazione ed evoluzione tecnologica rappresentano i punti di forza della nostra attività, tanto che abbiamo investito il 10% del nostro fatturato globale in Ricerca e Sviluppo”, prosegue Majrani.</p>
<p>“Distributori e marche hanno oggi a disposizione un <strong>utile ed innovativo strumento</strong> ai fini del proprio business: i distributori vedono l’incremento del valore dei propri spazi e le marche raggiungono l’obiettivo di aumentare le performance di vendita e di comunicare davanti al proprio shopper”.</p>
<p>Il debutto di Pop Channel sul mercato italiano è stato accompagnato dal brand Nivea, protagonista di un’attività in-store a metà dell’anno scorso che ha dato risultati superiori alle attese: “l’incremento, a volume, è stato fino a oltre il 260% superiore a quanto ottenuto con espositori tradizionali”.</p>
<p>Il costo del noleggio di Pop Channel, ha sottolineato Majrani, è sostanzialmente comparabile con quello di un espositore cartotecnico e della relativa promoter. Dopo l&#8217;esposizione al prossimo <strong>Promotion Expo a Milano</strong>, Pop Channel sarà presentato al mercato internazionale in occasione della fiera MPV di Parigi (27 al 29 marzo). Attività di lancio commerciale e di sviluppo di partnership sono già in corso in Francia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo e Brasile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Foto copertina:http://www.popai.it)</p>
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		<title>La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino-terza parte</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 07:42:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Tortora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Banzi]]></category>
		<category><![CDATA[piattaforma]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto Arduino]]></category>
		<category><![CDATA[prototipazione di software]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Arduino è una piattaforma di prototipazione di software: l’hardware ha una licenza libera, mentre il software è open source.  <a href="http://officineformative.it/la-rivoluzione-dei-makers-il-progetto-arduino-terza-parte/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/la-rivoluzione-dei-makers-il-progetto-arduino-terza-parte/">La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino-terza parte</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Al World Wide Rome Massimo Banzi presenta il Progetto Arduino</h1>
<p>Il suo speech è stato il più sorprendente ed applaudito. <strong>Massimo Banzi</strong> è una persona semplice, dai modi informali, che parla del suo progetto, conosciutissimo in America ed ancora misconosciuto in Italia.</p>
<p>Comincia a parlare di sé dicendo che spesso si fanno scelte illogiche, ma che portano sempre a qualcosa di interessante. Ci racconta di come è arrivato in Inghilterra e poi è tornato ad Ivrea, ad insegnare per cinque anni all’Interaction Design Institute.</p>
<p>Lì è nato il <strong>Progetto Arduino</strong>. Ci spiega che l’interaction design è progettare e costruire oggetti che funzionino davvero: l’oggetto deve parlare al suo utilizzatore con il suo linguaggio.</p>
<p><a href="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0605.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3268" title="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte" alt="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte innovazione punti di vista " src="http://i2.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0605.jpg?resize=240%2C240" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Poi cita velocemente una frase di Steve Jobs che non conoscevo: “<strong>I computer sono come una bicicletta per la mente</strong>”. E ci racconta che il primo Arduino è nato per essere distribuito gratuitamente a tutti.</p>
<h3>Ma cos’è Arduino?</h3>
<p>Arduino è una piattaforma di prototipazione di software: l’hardware ha una licenza libera, mentre il software è open source. Solo il nome è protetto da un marchio: chi utilizza Arduino può farlo liberamente, può modificarlo, migliorarlo, integrarlo, purchè rimanga il nome Arduino.</p>
<p>Il successo di Arduino si basa su <strong>una comunità online</strong> molto numerosa ed attiva, che crea tutorial e video per aiutare altri utenti. Tutto è molto spontaneo e basato sulla reciprocità.</p>
<p>Oggi Arduino è presentato da <strong>duecento distributori in 48 paesi</strong>, e in seimila negozi in USA. Anche il famoso MIT di Boston utilizza in alcune sue apparecchiature un pezzo di Arduino. Ci parla della stampante 3D Ultimaker, la stampante 3D europea (e nel corso della giornata vedremo molti esperimenti di stampante tridimensionale).</p>
<p>Dato l’enorme successo di Arduino in America, il desiderio di Massimo Banzi era quello di farlo conoscere in Italia, creando uno spazio di co-working collaborativo. Questo è stato possibile in un pezzo di una ex fabbrica della Fiat a <strong>Torino</strong>, che è stato messo a disposizione dalla città per dare una sede alle <strong>Officine Arduino</strong>, nate su modello dei FabLab americani, dei Makerspace di cui parlava Chris Anderson.</p>
<p>Le Officine, aperte il 17 febbraio, sono uno spazio da utilizzare e da condividere: Banzi chiude il suo discorso dicendo “andate a visitare questo spazio, e clonatelo, clonatelo!”. La diffusione e la condivisione, la replicazione di un modello collaborativo: questo è il mondo dei makers, il Nuovo Mondo.</p>
<p>Massimo Banzi ha tenuto il suo discorso in maglietta, e sulla sua maglietta c’era una parola che non avevo mai sentito, ma che lo rappresentava in pieno: “<strong>Thinkering</strong>”.</p>
<p>E così ho scoperto che thinkering è un neologismo composto da “Thinking” e “Tinkering”:thinking significa pensiero, mentre tinkering letteralmente vuol dire armeggiare. La parola thinkering dunque significa “<strong>pensare a qualcosa armeggiando con gli oggetti relativi al problema in esame</strong>”.</p>
<p>Su Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “un pensiero di solito senza guida, esplorativo ed individuale, che spesso rappresenta un buon modo di esplorare aspetti di problemi complessi, o di trovare soluzioni non ovvie, non scontate, inusuali. Insomma, una forma attiva di pensiero”.</p>
<p>Quindi, cari startupper, adottate il THINKERING come una vostra filosofia di pensiero e di azione!</p>
<p>Dopo Massimo Banzi ho sentito l’intervento di <strong>Simona Maschi</strong>, direttrice del <strong>CIID</strong>, Copenaghen Institut of Interaction Design, una scuola che accoglie ogni anno venticinque studenti, in un anno di intenso studio, ma soprattutto di intensa attività manuale. Gli studenti fanno, producono, costruiscono moltissime cose, oggetti, fanno prototipazione hardware e software, e soprattutto fanno teamwork.</p>
<p>Il sistema di insegnamento si basa infatti sul “<strong>peer-to-peer-link</strong>”, sulla connessione tra pari, nella convinzione che ogni persona può insegnare qualcosa agli altri, senza necessità di professori o docenti tradizionali. Futuristico? No, è il presente.</p>
<p>Al CIID non c’è una faculty rigidamente organizzata, perché questa rigidità comprimerebbe le energie creative: c’è invece un forte contatto con la realtà, con il mondo reale, reso possibile attraverso le collaborazioni ed il lavoro di consulenza che il CIID svolge per le imprese.</p>
<p>Tra i vari progetti elaborati, mi ha colpito moltissimo un <strong>progetto Toyota</strong> che si chiama “Window to the world: l’idea si basa sul concetto secondo cui il viaggio in auto nel prossimo futuro potrà stimolare il senso di gioco, di esplorazione e di apprendimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0606.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone  wp-image-3269" title="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte" alt="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte innovazione punti di vista " src="http://i0.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0606.jpg?resize=240%2C240" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo il video di presentazione:</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/dl9eqdZpvJU" height="315" width="560" frameborder="0"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Simona conclude dicendo che per le piccole e le grandi imprese è importante “ridurre il tempo tra il pensare, il fare ed il produrre”. Solo in questo modo si potrà realmente innovare, costruire il futuro.</p>
<p>Con questo intervento chiudo il mio diario di viaggio di World Wide Rome, rimandando ad altri post un’analisi più approfondita di alcune start up che si sono presentate durante la giornata, e che meritano uno spazio più ampio.</p>
<p>Viva la rivoluzione dei makers!</p>
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<p><a href="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0615.jpg" rel='colorbox'><img class="alignnone size-medium wp-image-3271" title="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte" alt="La rivoluzione dei makers: il Progetto Arduino terza parte innovazione punti di vista " src="http://i1.wp.com/www.officineformative.it/wp-content/uploads/IMG_0615.jpg?resize=300%2C225" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Foto copertina di worldwiderome)</p>
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