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	<title>OFF - Officine Formative &#187; Piero Formica</title>
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	<description>Entri con un&#039;idea, esci con un&#039;impresa.</description>
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		<title>Manifattura di nuovo «regina»</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 09:48:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Made in Italy]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi mercati]]></category>
		<category><![CDATA[Talenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La manifattura ha superato la recessione e resta attrice di prima fila anche nel teatro dell'economia immateriale. Sono i big data e la produttività a spingerla in alto e a riportarla in casa nei paesi avanzati dopo anni di outsourcing verso i paesi emergenti. <a href="http://officineformative.it/officine-formative-manifattura/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/officine-formative-manifattura/">Manifattura di nuovo «regina»</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">La manifattura sta vivendo un nuovo rinascimento.</h1>
<p style="text-align: justify;"><strong>La manifattura ha superato la recessione</strong> e resta attrice di prima fila anche nel teatro dell&#8217;economia immateriale. Sono i <strong>big data</strong> – le cui informazioni estendono la mano delle imprese tanto da poter accarezzare bisogni e domande di un numero crescente di consumatori – e la <strong>produttività</strong> a spingerla in alto e a riportarla in casa nei paesi avanzati dopo anni di outsourcing verso i paesi emergenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto la produttività possa crescere nella manifattura lo dimostrano gli Stati Uniti e la Svezia, dove essa ha compiuto un balzo in avanti, rispettivamente, <strong>del 57% e del 69% tra il 1996 e il 2009</strong>. Se nei paesi avanzati non è più la prima donna che crea occupazione – anzi, di posti di lavoro ne ha già tagliati tanti, la fabbrica di oggetti materiali è indiscussa protagonista della produttività, della R&amp;I (Ricerca e Innovazione) e dell&#8217;export. <strong>Sono i valori immateriali, idee e competenze coltivate dalla manifattura</strong>, che fanno crescere la produttività, istigano all&#8217;innovazione e mettono in moto il commercio internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>McKinsey Global Institute</strong> nel rapporto su Manufacturing the future: <em>The next era of growth and innovation</em> dà il segno del rinnovato protagonismo esercitato dalle industrie manifatturiere. La manifattura – affermano gli esperti della McKinsey – «contribuisce alla crescita della produttività il doppio rispetto alla sua quota di occupazione e rappresenta la percentuale maggiore del commercio estero di un&#8217;economia. Nelle principali economie avanzate e in via di sviluppo, essa genera il <strong>70% delle esportazioni.</strong> Inoltre, svolge un ruolo fondamentale nell&#8217;affrontare le <strong>sfide sociali</strong>: dalla riduzione del consumo di energia e risorse naturali al contenimento delle emissioni di gas a effetto serra».</p>
<h3 style="text-align: justify;">La manifattura in Italia</h3>
<p style="text-align: justify;">Nel gotha delle economie manifatturiere <strong>l&#8217;Italia</strong> occupa una posizione di tutto rispetto. È quinta, preceduta dalla Germania e, più in alto, dalla triade Usa-Cina-Giappone. Nell&#8217;arco di un trentennio (1980-2010) siamo saliti di un gradino, dopo essere scesi di due posti nel decennio 1990-2000 e risaliti di uno nella prima decade del nuovo secolo. È dalle produzioni a relativamente alto assorbimento di manodopera che trae forza la nostra manifattura.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo gruppo di industrie, tra i primi dieci paesi per quota del mercato globale siamo terzi col 7%, preceduti dalla Cina (36%) e dagli Usa (11%). Sotto questo profilo, l&#8217;Italia è un&#8217;assoluta singolarità nel panorama delle economie avanzate. Infatti, visto il nostro Pil pro-capite a parità di potere d&#8217;acquisto, l&#8217;incidenza di circa il 18% delle produzioni labor-intensive sul valore aggiunto della manifattura dovrebbe risultare notevolmente più bassa. C&#8217;è tuttavia una singolarità in <strong>positivo da valorizzare</strong>. È questa la ricaduta che quantità e qualità della dote italiana di beni culturali hanno sulle nostre produzioni tessili, dell&#8217;abbigliamento, del cuoio, dei mobili, dei gioielli e di tanti altri oggetti che arricchiscono la cornucopia del Made in Italy.</p>
<p style="text-align: justify;">Non manca certo il tallone d&#8217;Achille dell&#8217;occupazione che scende essendo le industrie labor-intensive molto sensibili al costo del lavoro e, quindi, stimolate a emigrare laddove la manodopera costo poco. Tuttavia, è questo un fenomeno che si può contrastare con <strong>idee creative</strong> che alimentino la nascita e sostengano lo sviluppo di <strong>startup innovative a servizio del Made in Italy.</strong></p>
<h3 style="text-align: justify;">Ala conquista del mercato asiatico</h3>
<p style="text-align: justify;">Sempre più innovazioni e servizi entrano nella manifattura per conquistare <strong>oltre un miliardo di consumatori</strong> del nuovo ceto medio asiatico che si affacciano prepotentemente sui mercati. È lunga la lista di innovazioni che dischiudono inediti panorami economici e nuovi paradigmi imprenditoriali propri delle startup innovative. Saranno loro a dare <strong>nuova linfa alla nostra manifattura</strong>, innovandola con i componenti in fibra di carbonio, le nanotecnologie, la robotica avanzata (qui l&#8217;Italia si trova nel gruppo di testa insieme a Germania e Giappone), la stampa tridimensionale per creare oggetti, l&#8217;Internet delle cose che con un&#8217;ampia gamma di sensori dà ‘intelligenza&#8217; agli oggetti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il futuro del Made in Italy</h3>
<p style="text-align: justify;">Per dar senso alle ragioni che rendono cruciale <strong>l&#8217;intreccio tra nuovi talenti e startup innovative nei servizi per il Made in Italy</strong>, molto dovranno contribuire le politiche educative. Abbiamo di fronte a noi anni contraddistinti dalla carenza di persone altamente istruite e competenti e posti di lavoro in caduta libera per lavoratori scarsamente qualificati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giardino dei talenti fiorisce colmando le buche scavate dalle discipline nate nell&#8217;età monolitica della manifattura, ormai tramontata. Nell&#8217;età ibrida e frammentata in cui siamo immersi, il Made in Italy dovrà le sue fortune all&#8217;abilità di trarre valori imprenditoriali dalla convergenza delle variegate forme della conoscenza. Potranno svolgere questo compito le startup innovative.</p>
<p style="text-align: justify;">Come argomenta Nassin Taleb nel suo ultimo libro (Antifragile, Penguin Books, 2012), le startup in equilibrio precario sul sottile filo dell&#8217;innovazione traggono benefici dall&#8217;incertezza, dal disordine e dagli stress da shock causati dalla grande crisi di questi anni. Tutto il contrario del mondo “robusto” della manifattura monolitica dei tempi andati.</p>
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		<title>I talenti emergenti da coltivare</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 09:46:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[idee]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Gli imprenditori della conoscenza sono i creativi, l'aristocrazia del lavoro intellettuale che arricchisce di contenuti le nuove tecnologie. Grazie a loro si fa prepotentemente strada l'età dell'industria culturale. <a href="http://officineformative.it/i-talenti-emergenti-da-coltivare/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/i-talenti-emergenti-da-coltivare/">I talenti emergenti da coltivare</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il manifesto per una «costituente» della cultura lanciato domenica scorsa dal Sole 24 Ore è una grande finestra aperta sull&#8217;età dell&#8217;economia della conoscenza, quando il cuore batte al ritmo delle<strong> imprese innovative</strong> che al lavoro fisico con le macchine sostituiscono il lavoro intellettuale fatto di simboli e formule.</p>
<p>Gli<strong> imprenditori della conoscenza</strong> sono i creativi, l&#8217;aristocrazia del lavoro intellettuale che arricchisce di contenuti le nuove tecnologie. Grazie a loro si fa prepotentemente strada l&#8217;età dell<strong>&#8216;industria culturale</strong>. Se il mercato globale cresce annualmente intorno al 3%, l&#8217;industria culturale avanza del doppio. È un&#8217;attività ad alto valore aggiunto, consuma poche risorse naturali e non danneggia l&#8217;ambiente.</p>
<p>La materia prima di oggi? Le <strong>idee</strong> che fermentano nei laboratori di ricerca, negli atelier d&#8217;arte e di design, nelle reti intrecciate da giovani talenti lungo le arterie del mondo digitale. È quanto mai urgente offrire alle nuove leve scolastiche un&#8217;<strong>educazione creativa</strong>. Instillare nei giovani il desiderio della <strong>creatività</strong> e fornire risorse per la scoperta dei <strong>talenti</strong>:queste sono le azioni da avviare e sostenere con il supporto delle nuove tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione.</p>
<p>Non innovare culturalmente la nazione vuol dire mancare l&#8217;ingresso nel club dei Paesi che stanno costruendo il loro futuro sui pilastri della creatività. Media, software, architettura, design, moda, turismo, benessere culturale: l&#8217;Italia non manca di buone carte da giocare sul tavolo della concorrenza internazionale, ma deve cambiare rotta.</p>
<p><a href="http://i0.wp.com/officineformative.it/wp-content/uploads/2012/02/creatività.jpg" rel='colorbox'><img class="alignleft size-medium wp-image-8700" alt="I talenti emergenti da coltivare interviste " src="http://i0.wp.com/officineformative.it/wp-content/uploads/2012/02/creatività.jpg?resize=300%2C225" title="I talenti emergenti da coltivare" data-recalc-dims="1" /></a>È la <strong>classe creativa</strong> che può fornire idee, progetti e potenziali imprenditori al percorso dell<strong>&#8216;innovazione culturale</strong>. Le nuove imprese culturali ad alta intensità di conoscenza nascono da e tra poeti e scrittori; artisti e attori; designer, stilisti e architetti; scienziati e ricercatori.</p>
<p>Secondo le stime effettuate da Richard Florida, professore alla Carnegie Mellon University, in Italia il peso dell&#8217;<strong>occupazione creativa</strong> sul totale degli occupati è intorno al 13%: meno della metà che in America, Belgio, Olanda e Finlandia (intorno 30%) e la metà rispetto a Regno Unito e Irlanda. L&#8217;Italia è preceduta anche da molti altri Paesi, con valori compresi tra il 17% e il 22%: dall&#8217;Austria, Germania e Spagna (17%-19%) alla Danimarca e Svezia (tra il 19% e il 22%). Il dato italiano è reso ancora più preoccupante dal fatto che buona parte della classe creativa è costretta a convivere nel recinto degli ordini professionali, che spesso limitano gli spazi imprenditoriali.</p>
<p>Con l<strong>&#8216;industria culturale</strong> si afferma la &#8220;Città della Conoscenza&#8221;, inedita formazione urbana in cui si sviluppano innumerevoli modi per <strong>innovare e creare ricchezza dalla cultura</strong>. Arti e scienze si unificano in una singolare ecologia urbana del ventunesimo secolo. A fronte di prospettive così incoraggianti, le infrastrutture culturali sono invece colpite dal degrado di tante tra le mille e più città d&#8217;arte e cultura in Italia. Esterni e interni dei palazzi storici, dei musei e delle chiese sono lo spirito vitale dei beni pubblici territoriali. Bisogna saper attrarre l&#8217;emergente classe creativa formata dai nomadi della conoscenza. Le città che non accettano l&#8217;invito a imboccare con decisione il percorso della rivitalizzazione dei beni pubblici territoriali sono destinate al decadimento. La complessità del processo di sviluppo urbano esige dalle fondazioni, dai singoli donatori e dalla mano pubblica impegni in capitale umano e in risorse finanziare da destinare all&#8217;istruzione delle nuove leve.</p>
<p>Nell&#8217;area di Sacramento (Usa), tremila studenti delle superiori partecipano a un <strong>programma innovativo indirizzato alla lotta al degrado.</strong> Ciascuno ricopre un ruolo specifico: dal pianificatore urbano all&#8217;analista finanziario, dall&#8217;esperto di marketing territoriale al coordinatore di volontari. I giovani apprendono a rispettare i beni pubblici territoriali e a cogliere l&#8217;importanza di spazi a un tempo fisici e culturali. Storia e cronache racchiuse nelle chiese, nei palazzi storici e nei musei si snodano in una catena del valore che lega vecchie e nuove generazioni. È importante che i governi locali adottino un approccio efficace per il rinnovamento delle infrastrutture fisiche. Incentivi fiscali ai proprietari di case impegnati in opere di manutenzione e restauro delle facciate e degli interni dovrebbero entrare con forza nell&#8217;agenda degli amministratori pubblici.</p>
<p>Il Grand Tour di Goethe e Stendhal da Nord a Sud toccava città dall&#8217;atmosfera esclusiva come Bologna e Napoli. Il degrado in atto potrebbe escluderle da un Grand Re-tour guidato dai nomadi della conoscenza. A Detroit, città industriale dell&#8217;auto, hanno fatto dei quartieri degradati un centro d&#8217;attrazione per turisti inclini all&#8217;avventura pericolosa. Sarebbe cosa ben più amara e dolorosa da accettare se la stessa sorte dovesse toccare alle nostre città d&#8217;arte e cultura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Fonte: il Sole 24 Ore)</p>
<p>(Foto di Aurora2989)</p>
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		<title>Leva fiscale in aiuto alle start-up</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:27:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Start Up]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il governo Monti libera dalle catene i giovani fondatori di start-up: le loro imprese potranno decollare! Basterà un euro e un leggero vestito giuridico. <a href="http://officineformative.it/leva-fiscale-in-aiuto-alle-start-up/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/leva-fiscale-in-aiuto-alle-start-up/">Leva fiscale in aiuto alle start-up</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo Monti libera dalle catene i giovani fondatori di start-up. Le loro imprese potranno decollare non appesantite da un eccessivo carico di capitale e di struttura giuridica. Basterà un euro e un leggero vestito giuridico. Ne guadagnerà quel grande vogatore che è il Made in Italy. Ma, ancora più importante, altri nuovi vogatori potranno gareggiare meglio.</p>
<p>Tra questi, i giovani internauti &#8211; aspiranti e baby imprenditori dell&#8217;età digitale &#8211; che vivono il tempo dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza quando si trovano nel pieno della maturità i loro genitori, imprenditori e lavoratori dell&#8217;età industriale. Con costoro volge al tramonto l&#8217;economia che ha ben funzionato come macchina muscolare, la cui potenza ha prodotto posti di lavoro in gran quantità. L&#8217;impresa che ieri occupava mille addetti, oggi può essere ancor più produttiva impiegandone solo cento.</p>
<p>Brian Arthur del Santa Fè Institute, famoso per gli studi e le ricerche sulle scienze della complessità, sostiene che la digitalizzazione sta creando una seconda economia così vasta, automatica e invisibile da produrre un cambiamento di portata secolare, paragonabile alla Rivoluzione industriale.</p>
<p>Al ritmo di crescita annua previsto intorno al 2,4%, in due-tre decenni la sua dimensione supererà quella dell&#8217;economia fisica. In Italia, i dati forniti dal Digital advisory group (Dag) indicano che negli ultimi quindici anni l&#8217;economia digitale ha creato 700mila posti di lavoro e tra il 2005 e il 2009 ha contribuito per il 14% alla crescita del Pil, continuando «a svilupparsi a un tasso dieci volte superiore al totale nazionale». Tuttavia, nella seconda economia gli internauti imprenditori puri, quelli che hanno le loro radici nel Web e fanno business solo attraverso internet, sono ancora pochi nel nostro Paese: secondo il Dag, circa il 22% contro «il 78% dell&#8217;impatto prodotto dall&#8217;utilizzo delle tecnologie digitali riconducibile alle imprese tradizionali».</p>
<p>Come spargere i semi e far crescere le pianticelle delle start up digitali quando l&#8217;edificio fiscale italiano ha ancora la struttura configurata sull&#8217;economia industriale, con il piano delle imposte e tasse che poggia sul pilastro dei prodotti tangibili, mentre al livello degli incentivi fa affidamento sulle agevolazioni degli input, dal costo del lavoro agli investimenti in beni strumentali e alla ricerca?</p>
<p>Bankitalia nel suo Rapporto dell&#8217;aprile 2009 sulle tendenze nel sistema produttivo sottolineava a proposito del finanziamento dell&#8217;innovazione tecnologica che «i contributi pubblici non sono stati in grado di produrre effetti duraturi sulla performance delle imprese sussidiate&#8230; non ci sarebbero differenze significative tra le imprese sussidiate e quelle non sussidiate in termini di produttività del lavoro e crescita del fatturato». Analogamente, con riferimento alle risorse dedicate agli aiuti alle imprese, lo stesso rapporto rimarcava la modestia dei risultati misurata con il metro delle performance aziendali.</p>
<p>Per le imprese, lo sgravio dei costi è un risultato che finisce spesso con il mascherare le inefficienze, senza necessariamente creare un aumento di produttività futuro. Inoltre i finanziamenti sono spesso molto ritardati dagli iter burocratici, comportano alti costi di transazione e vengono concessi, con aggravio immediato sul bilancio pubblico, in cambio di una crescita della capacità produttiva (e quindi di una possibilità di prelievo fiscale) di là da venire e, comunque, incerta. Infine, i mille rivoli con cui le agevolazioni raggiungono le imprese e la varietà delle situazioni ambientali, tecnologiche e di mercato rendono praticamente impossibile verificare l&#8217;effetto degli strumenti adottati. Il contenuto informativo degli indicatori a cui sovente si ricorre, quali il numero di pubblicazioni e brevetti (nel caso della ricerca) e le statistiche sulle innovazioni dichiarate dalle aziende, è insoddisfacente e tardivo per apportare efficaci correzioni alle politiche di supporto all&#8217;innovazione.</p>
<p>Al vogatore della seconda economia occorrono strumenti di incentivazione, più che di aiuto, con ritorni ragionevolmente certi e in linea con le attese. Ciò si potrebbe ottenere intervenendo dal lato degli output tramite l&#8217;aumento della quota del valore dell&#8217;innovazione appropriabile dalle aziende. Si può farlo operando sull&#8217;Iva in modo tale da lasciarne automaticamente una parte nelle disponibilità delle imprese innovative: nel nostro caso, delle start up dell&#8217;economia digitale. Dalla prima fatturazione e per un tempo limitato la start up emetterebbe fatture con Iva secondo le percentuali legalmente vigenti.</p>
<p>L&#8217;impresa ricevente la fattura sconterebbe l&#8217;Iva interamente, ma l&#8217;impresa emittente la pagherebbe solo parzialmente secondo quanto previsto dallo strumento incentivante, incassando così un premio per essere stata capace di portare sul mercato un&#8217;innovazione. Si permetterebbe così alla start up di accorciare i tempi di break even. La perdita di gettito fiscale conseguente all&#8217;appropriazione di una quota dell&#8217;Iva da parte della start up verrebbe compensata dall&#8217;incremento sia dell&#8217;Ires che dell&#8217;Irpef dei nuovi dipendenti assunti e/o fatti emergere dal nero.</p>
<p>La misura incentivante presenta parecchie novità. Il premio viene dato alle start up che hanno la capacità di stare sul mercato. L&#8217;automaticità garantisce l&#8217;immediata efficacia del provvedimento. Il controllo può essere effettuato facilmente dalla Guardia di Finanza già adusa a verificare differenti regimi Iva e non occorrono verifiche ispettive sull&#8217;ammissibilità dei costi. La misura è modulabile e non assorbe risorse finanziarie fin quando l&#8217;innovazione e il suo ciclo economico virtuoso non si siano manifestati.</p>
<p>(Piero Formica- Il Sole 24 ore)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fondi «fai con gli altri» alle start up</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 15:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Startup]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L'imprenditorialità è la chiave che apre la porta d'ingresso al mercato del lavoro ai tanti giovani che ne sono oggi fuori. A possedere la chiave è la Generazione Y (GY), quella del millennio formata dai 18-34enni. <a href="http://officineformative.it/fondi-fai-con-gli-altri-alle-start-up/"><div class="read-more">Leggi &#8250;</div><!-- end of .read-more --></a><p><a href="http://officineformative.it/fondi-fai-con-gli-altri-alle-start-up/">Fondi «fai con gli altri» alle start up</a> is a post from: <a href="http://officineformative.it">OFF - Officine Formative</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;<strong>imprenditorialità</strong> è la chiave che apre la porta d&#8217;ingresso al mercato del lavoro ai tanti giovani che ne sono oggi fuori. A possedere la chiave è la Generazione Y (GY), quella del millennio formata dai 18-34enni, dalla cui visione e passione del fare impresa dipende la nascita di un nuovo movimento imprenditoriale sull&#8217;onda alta delle scoperte, invenzioni e innovazioni in corso.</p>
<p>Negli Stati Uniti è questa la generazione che mostra tanto entusiasmo per l&#8217;<strong>azione imprenditoriale</strong>, con il 54% che si propone di tuffarsi nel mare dell&#8217;imprenditorialità o lo ha già fatto.</p>
<p>In Italia, per quanto la sindrome da precariato, provocata da incertezza e paura del futuro, abbia colpito un&#8217;ampia fascia della GY, non ha però soppresso gli &#8220;spiriti animali&#8221; che avvertono l&#8217;esigenza di agire per creare <strong>imprese nuove e innovative</strong>.</p>
<p>Ma come poter indossare i panni dell&#8217;imprenditore se le<strong> start up</strong> lottano strenuamente per raccogliere fondi, mentre i mercati dei capitali sono colpiti dal cancro dei titoli tossici?</p>
<p>Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi e Hong Kong offrono una risposta rivoluzionaria: il <strong>crowdfunding</strong> per raccogliere piccole somme di denaro da un gran numero di persone allo scopo di realizzare cose più o meno grandi.</p>
<p>Tra queste, il sostegno finanziario di massa alla <strong>creazione d&#8217;impresa</strong>. Ciò che da sole le start up non potrebbero fare, giacché i costi di raccolta sarebbero proibitivi. Ciò che, per contro, sono capaci di mettere in campo imprenditori noti e di successo, come il fondatore di Starbucks, la grande catena internazionale di caffetterie, che ha chiamato a raccolta i suoi milioni di clienti per accumulare milioni di dollari che s&#8217;ingrossano come una slavina.</p>
<p><strong>Starbucks</strong> ha avviato l&#8217;effetto a palla di neve con 5 milioni di dollari donati dalla Fondazione omonima che si trascinano dietro altri 50 milioni da tradursi in prestiti agli imprenditori per sette volte tanto.</p>
<p>Il <strong>crowdfunding</strong> è la versione contemporanea delle antiche opere caritatevoli, come l&#8217;Irish Loan Fund lanciato nel Settecento da Jonathan Swift, e delle moderne società di microprestiti come la Grameen Bank, nata da un progetto di ricerca concepito nel 1976 dal suo fondatore Mohammad Yunus insieme ad alcuni suoi studenti nel Bangladesh.</p>
<p>Al pari di Facebook, LinkedIn e Twitter, il crowdfunding non è un partito politico, né ha un partito alle spalle. È una delle numerose tecnologie sociali immersa nel mondo di internet che aggrega e organizza folle di persone in vista di un obiettivo. Per far questo, impiega metodi innovativi che cambiano il modo di allocare il capitale.</p>
<p>Il &#8220;fai da te&#8221; dell&#8217;aspirante e del neo-imprenditore isolato lascia il posto al &#8220;fai con gli altri&#8221;, cioè con la volontà collettiva dei partecipanti al crowdfunding che si sostituisce all&#8217;intermediazione e a tutte le altre forme burocratiche di richiesta e concessione di capitali.</p>
<p>Certo, il denaro non è un frutto pendente dagli alberi che si possa liberamente raccogliere. Ma è anche vero che oggi per un potenziale imprenditore è più facile ottenere finanziamenti grazie ai siti di crowdfunding (come Kickstarter, IndieGoGo, MicroVentures, ProFounder e Peerbackers) che permettono di abbracciare un&#8217;ampia comunità di piccolissimi investitori desiderosi di veder correre verso il successo un altrimenti potenziale perdente, perché non trova ossigeno sul mercato dei capitali.</p>
<p>Con il crowdfunding a supporto delle start up, tanti piccolissimi investitori entro i 10mila dollari si trovano a possedere piccolissime quote della società finanziata.</p>
<p>Per quanto modeste le somme individualmente investite, si pongono problemi di trasparenza e di protezione dei mini azionisti. Nel Congresso degli Stati Uniti è in discussione un disegno di legge, già approvato dalla Camera dei rappresentanti, per regolare i metodi di crowdfunding a finanziamento delle start up, consentendo a migliaia di investitori di contribuire con quantità molto piccole di azioni senza che la società, entro il limite di 2 milioni di dollari raccolti, si debba registrare prima presso la Security and exchange commission.</p>
<p>Anche in Italia una folla di internauti che interagisce nelle reti sociali potrebbe far partire dal basso un movimento per il finanziamento di massa degli aspiranti e neo-imprenditori della Generazione Y. Un portale di crowdfunding, Eppela, ha già preso il via. Altri ne seguiranno trovandoci, come sostiene la Kauffman Foundation, all&#8217;inizio della rivoluzione del crowdfunding, che frantumerà i tradizionali canali di finanziamento.</p>
<p>Le riforme in Italia sul tappeto toccano anche l<strong>&#8216;imprenditorialità giovanile</strong>. Spetta al nuovo governo incentivare il crowdfunding, perché senza imprese nuove e innovative non c&#8217;è lavoro. E senza un diffuso altruismo verso chi intraprende s&#8217;affossa anche la solidarietà sociale.</p>
<p>(Fonte: Il Sole 24 Ore)</p>
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