Venerdì 9 Marzo ho fatto un salto nel futuro. Ho vissuto per un giorno nel 2020, o perlomeno così mi sembrava all’inizio della giornata. Quando sono uscita dall’incontro di World Wide Rome ho capito che il futuro è già qui, è già presente.

Questo video vi dà una idea di cosa può essere un giorno nel 2020.

A World Wide Rome ho visto questo tipo di futuro, e proverò a raccontarvelo, in un diario di viaggio.

Cos’è World Wide Rome?

Il sottotitolo della giornata era “la rivoluzione dei makers”. Arrivo presto, alle 8.30 sono già all’Acquario Romano. In mezz’ora si forma una fila incredibile, l’ingresso è dalle 9.30.

L’Acquario Romano è anche la Casa dell’Architettura, sede dell’Ordine degli Architetti: non avevo capito il motivo della scelta di questa location, ma poi, durante il giorno, ho compreso anche questo. Alle ore 9.30 entriamo in questa bellissima sala ovale, allestita con tre maxischermi, luci ed una musica di sottofondo che ci accompagnerà lungo tutta la giornata.

Dicono che l’abbia composta proprio Riccardo Luna, il curatore del convegno e primo direttore di Wired Italia, ora giornalista de Il Post, quotidiano online diretto da Luca Sofri.

Cartellina con programma e cuffie per traduzione simultanea dall’inglese: oggi c’è Chris Anderson, il mitico direttore di Wired ed autore del libro “La coda lunga” (The Long Tail), guru dei nuovi marketer. C’è anche Massimo Banzi, inventore ed ideatore del progetto Arduino.

Non conosco gli altri partecipanti, so solo che Dale Dougherty, uno dei relatori, è l’uomo che ha inventato il termine web 2.0. Mi sistemo in terza fila, arrivare in anticipo è stato utile.

La giornata si apre con Riccardo Luna, che ci parla della rivoluzione dei makers: “oggi esploreremo nuovi modi di far crescere l’economia, nuovi modi in cui si produce ricchezza e valore”. Il viaggio comincia. Il primo passo da compiere è colmare il digital divide, ovvero il divario tecnologico: sono necessarie infrastrutture, reti, banda larga, connessioni veloci.

Andrea Mondello parla del presente come dell’era delle grandi opportunità, offerte dal web, dal digitale, da Internet; ma soprattutto afferma che è tempo di favorire una nuova occupabilità dei giovani attraverso la creazione di nuove imprese.“Il nostro petrolio è l’intelligenza dei giovani”, e questa frase mi rimane impressa.

Parliamo di futuro, dunque, ma facendo un salto nel passato. Paolo Ceretto, autore e regista di documentari, ci racconta e ci mostra la storia della macchina Programma 101 di Olivetti: tre progettisti italiani, prima di Bill Gates e di Steve Jobs, ebbero l’idea di creare il primo home computer, un computer da scrivania (desk). Piergiorgio Perotto ed altri due ingegneri volevano un computer che fosse usabile, che costasse poco; non volevano il pc più potente, come stava cercando di realizzare IBM, volevano il pc per tutti.

Alla morte del fondatore della Olivetti rimasero a lavorare al progetto di nascosto, ma alla nuova dirigenza questa idea non piacque. Nel 1964 lo presentarono ad una fiera a New York ed ebbe un incredibile successo. Ma la società non realizzò mai quei prototipi: aveva venduto tutta la divisione elettronica.

Nel 1969 HP creò un computer simile ed ebbe uno straordinario successo, ma dovette pagare novecentomila dollari per aver violato i brevetti di Olivetti.

Piergiorgio Perotto e gli altri ingegneri della Olivetti erano dei makers, persone che costruivano oggetti, ed erano in grado di progettare il futuro. “Do it your self”, ci dice Alberto Cottica, che ci parla dei Fabulous Lab del Mit di Boston, e di come si possa creare una start up con la passione per il making.

Si parla innanzitutto di tecnologia non permissiva, non accessibile: oggi ci sono moltissime barriere nell’accesso alle tecnologie, determinate dai brevetti, marchi e diritti di proprietà intellettuale.

Pensate che il prezzo di un prodotto hi-tech è determinato per i due terzi dai costi per brevetti e marketing (in alcuni casi si arriva al 95%) mentre la parte hardware pesa per un terzo (e solo per un 5% in alcuni casi).

Con questo sistema è molto difficile fare innovazione.

Con le metodologie Open Source, invece, i membri della comunità sono incoraggiati ad utilizzare le conoscenze altrui, per migliorare la tecnologia, aggiungendo ed assemblando i vari pezzi come un Lego.

Un esempio applicato della metodologia Open Source è rappresentato dal Progetto Arduino: Arduino è stato progettato per essere “hackerabile”, che significa che può essere modificato, migliorato. Questa è una tecnologia permissiva ed accessibile.

Concetti futuristici, penso. Invece ho avuto la dimostrazione che nel “Nuovo Mondo dei Makers” la condivisione delle conoscenze vale molto di più della protezione del brevetto. In un mondo dove “hacker” è colui che migliora il sistema, modificandolo. Un mondo nel quale si passa dal Laboratorio supersegreto Ricerca & Sviluppo alle Comunità di Utenti, un mondo nel quale si passa dalle tecnologie proprietarie alle tecnologie permissive.

Concetti che vengono bene spiegati nel libro Makers di Cory Doctorow. Il libro, ovviamente, è scaricabile gratuitamente da questo sito (http://craphound.com/makers/download/)

Ecco dunque i makers, coloro che hanno un rapporto più libero con la tecnologia, e che sono in grado di progettare oggetti ai quali fanno compiere alcune azioni.

Gli oggetti, pensanti, senzienti, interconnessi: è l’era di Internet of Things (IoT) oppure l’era del web 3.0.

Leandro Agrò ci porta nel tempo dell’Internet of Things: un tempo nel quale il design delle cose prende vita, un tempo nel quale la tecnologia open ci darà la possibilità di monitorare dal basso i processi, come un “sensore sociale” che consentirà la condivisione delle informazioni.

Se il web 2.0 metteva al centro le persone, il web 3.0 metterà al centro gli oggetti. Il numero di oggetti attualmente interconnessi ha superato il numero delle persone viventi. Ci sono più oggetti che persone. E gli oggetti sono pensati e costruiti dai makers. Questo è il tempo dei makers. I makers inventano, oppure riprogettano gli oggetti tradizionali.

Agrò identifica tre regole nell’Internet of Things:

1) Ogni oggetto deve conoscere la propria storia

2) Ogni oggetto deve essere senziente

3) Ogni oggetto deve essere social

Nella prossima puntata parleremo del movimento dei makers secondo Chris Anderson.

 

(Foto copertina:http://www.romaitalialab.it)