Il governo Monti libera dalle catene i giovani fondatori di start-up. Le loro imprese potranno decollare non appesantite da un eccessivo carico di capitale e di struttura giuridica. Basterà un euro e un leggero vestito giuridico. Ne guadagnerà quel grande vogatore che è il Made in Italy. Ma, ancora più importante, altri nuovi vogatori potranno gareggiare meglio.

Tra questi, i giovani internauti – aspiranti e baby imprenditori dell’età digitale – che vivono il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando si trovano nel pieno della maturità i loro genitori, imprenditori e lavoratori dell’età industriale. Con costoro volge al tramonto l’economia che ha ben funzionato come macchina muscolare, la cui potenza ha prodotto posti di lavoro in gran quantità. L’impresa che ieri occupava mille addetti, oggi può essere ancor più produttiva impiegandone solo cento.

Brian Arthur del Santa Fè Institute, famoso per gli studi e le ricerche sulle scienze della complessità, sostiene che la digitalizzazione sta creando una seconda economia così vasta, automatica e invisibile da produrre un cambiamento di portata secolare, paragonabile alla Rivoluzione industriale.

Al ritmo di crescita annua previsto intorno al 2,4%, in due-tre decenni la sua dimensione supererà quella dell’economia fisica. In Italia, i dati forniti dal Digital advisory group (Dag) indicano che negli ultimi quindici anni l’economia digitale ha creato 700mila posti di lavoro e tra il 2005 e il 2009 ha contribuito per il 14% alla crescita del Pil, continuando «a svilupparsi a un tasso dieci volte superiore al totale nazionale». Tuttavia, nella seconda economia gli internauti imprenditori puri, quelli che hanno le loro radici nel Web e fanno business solo attraverso internet, sono ancora pochi nel nostro Paese: secondo il Dag, circa il 22% contro «il 78% dell’impatto prodotto dall’utilizzo delle tecnologie digitali riconducibile alle imprese tradizionali».

Come spargere i semi e far crescere le pianticelle delle start up digitali quando l’edificio fiscale italiano ha ancora la struttura configurata sull’economia industriale, con il piano delle imposte e tasse che poggia sul pilastro dei prodotti tangibili, mentre al livello degli incentivi fa affidamento sulle agevolazioni degli input, dal costo del lavoro agli investimenti in beni strumentali e alla ricerca?

Bankitalia nel suo Rapporto dell’aprile 2009 sulle tendenze nel sistema produttivo sottolineava a proposito del finanziamento dell’innovazione tecnologica che «i contributi pubblici non sono stati in grado di produrre effetti duraturi sulla performance delle imprese sussidiate… non ci sarebbero differenze significative tra le imprese sussidiate e quelle non sussidiate in termini di produttività del lavoro e crescita del fatturato». Analogamente, con riferimento alle risorse dedicate agli aiuti alle imprese, lo stesso rapporto rimarcava la modestia dei risultati misurata con il metro delle performance aziendali.

Per le imprese, lo sgravio dei costi è un risultato che finisce spesso con il mascherare le inefficienze, senza necessariamente creare un aumento di produttività futuro. Inoltre i finanziamenti sono spesso molto ritardati dagli iter burocratici, comportano alti costi di transazione e vengono concessi, con aggravio immediato sul bilancio pubblico, in cambio di una crescita della capacità produttiva (e quindi di una possibilità di prelievo fiscale) di là da venire e, comunque, incerta. Infine, i mille rivoli con cui le agevolazioni raggiungono le imprese e la varietà delle situazioni ambientali, tecnologiche e di mercato rendono praticamente impossibile verificare l’effetto degli strumenti adottati. Il contenuto informativo degli indicatori a cui sovente si ricorre, quali il numero di pubblicazioni e brevetti (nel caso della ricerca) e le statistiche sulle innovazioni dichiarate dalle aziende, è insoddisfacente e tardivo per apportare efficaci correzioni alle politiche di supporto all’innovazione.

Al vogatore della seconda economia occorrono strumenti di incentivazione, più che di aiuto, con ritorni ragionevolmente certi e in linea con le attese. Ciò si potrebbe ottenere intervenendo dal lato degli output tramite l’aumento della quota del valore dell’innovazione appropriabile dalle aziende. Si può farlo operando sull’Iva in modo tale da lasciarne automaticamente una parte nelle disponibilità delle imprese innovative: nel nostro caso, delle start up dell’economia digitale. Dalla prima fatturazione e per un tempo limitato la start up emetterebbe fatture con Iva secondo le percentuali legalmente vigenti.

L’impresa ricevente la fattura sconterebbe l’Iva interamente, ma l’impresa emittente la pagherebbe solo parzialmente secondo quanto previsto dallo strumento incentivante, incassando così un premio per essere stata capace di portare sul mercato un’innovazione. Si permetterebbe così alla start up di accorciare i tempi di break even. La perdita di gettito fiscale conseguente all’appropriazione di una quota dell’Iva da parte della start up verrebbe compensata dall’incremento sia dell’Ires che dell’Irpef dei nuovi dipendenti assunti e/o fatti emergere dal nero.

La misura incentivante presenta parecchie novità. Il premio viene dato alle start up che hanno la capacità di stare sul mercato. L’automaticità garantisce l’immediata efficacia del provvedimento. Il controllo può essere effettuato facilmente dalla Guardia di Finanza già adusa a verificare differenti regimi Iva e non occorrono verifiche ispettive sull’ammissibilità dei costi. La misura è modulabile e non assorbe risorse finanziarie fin quando l’innovazione e il suo ciclo economico virtuoso non si siano manifestati.

(Piero Formica- Il Sole 24 ore)