Pensiero generativo e produzione di idee

Proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta della creatività , e di come possa portare innovazione anche nelle start up.

Il libro che stiamo esaminando, “Creatività per l’innovazione” ci insegna che esistono diversi modi di agire in maniera creativa, e dunque diversi processi creativi.

Non abbiamo la possibilità di esaminarli tutti, per cui ci concentreremo sul processo tipico della produzione di idee, ovvero il “pensiero generativo”.

Il pensiero generativo “nasce da un bisogno esterno, che viene raccolto da un gruppo di lavoro, il quale lo interiorizza, lo analizza, lo elabora ed infine lo restituisce al cliente in una forma più nuova ed utile”.

Cosa vuol dire?

Spieghiamoci meglio: il pensiero generativo è definito così perché genera idee e soluzioni.

Tutto comincia dal bisogno (ricordate quando nel precedente post abbiamo parlato del “ciclo del cambiamento”? Anche lì si partiva dal bisogno): il bisogno nasce da un disagio concreto vissuto da qualcuno, oppure da una esigenza. In entrambi i casi occorre un “portatore del bisogno”, ovvero il cliente, consumatore, utente.

Una volta identificato il bisogno, occorre un gruppo di lavoro che abbia il desiderio e la capacità di soddisfare quel bisogno o esigenza; questo gruppo necessita di un metodo di lavoro.

Metodo di lavoro

Anche nella produzione di idee occorre un metodo, che non è in contrasto con la creatività, intesa come libero processo mentale. Il metodo non rappresenta un vincolo, una costrizione, bensì aumenta la possibilità e la capacità di generare buone idee.

Il metodo può dividersi in tre fasi, contrassegnate con vari nomi, a seconda dello studioso che le ha analizzate o della scuola creativa che le ha applicate:

1) Fase della impregnazione

In questa fase si realizza una vera e propria immersione nel problema, nel bisogno manifestato. C’è una compenetrazione totale negli aspetti della esigenza/problema/bisogno. L’immersione si può realizzare in modo autonomo, soggettivo ed emotivo, riflettendo a mente libera sul problema o bisogno, oppure in modo razionale e guidato.

Questo secondo metodo è molto applicato in contesti lavorativi, nei quali l’analisi del bisogno viene fatta con attenzione e precisione, informandosi presso il cliente, portatore del bisogno, o raccogliendo dati ed informazioni, e discutendo all’interno del gruppo di lavoro.

2) Fase della destrutturazione o divergenza dalla realtà (c.d. pensiero divergente)

Il pensiero divergente viene attivato in situazioni che necessitano della valutazione di diverse soluzioni.

In questa fase dunque, dopo l’immersione, si determina un allontanamento progressivo dal problema, spostandosi in una dimensione immaginaria, di creazione di più soluzioni alternative.

L’allontanamento è indispensabile per liberare le energie creative, per non farsi condizionare dai vincoli pratici, per VOLARE IN ALTO. Solo così sarà possibile generare nuove idee.

I fattori del pensiero divergente sono la fluidità, ovvero la quantità di soluzioni proposte, la flessibilità, ovvero la possibilità di incrociare diverse categorie concettuali, l’originalità, l’elaborazione delle proposte, ovvero la capacità di spiegarle, dettagliarle, arricchirle, ed infine la valutazione, ovvero la capacità di selezionare le varie proposte.

Questa ultima capacità ci porta alla terza fase. Per realizzare la divergenza ci sono alcune tecniche creative che esamineremo più avanti;

3) Fase della sintesi o convergenza sulle idee (c.d. pensiero convergente):

Il pensiero convergente viene attivato in situazioni che richiedono una unica risposta appropriata. Applicare questo strumento vuol dire dunque sintetizzare le proposte emerse nelle precedenti fasi, per sceglierne una che possa rappresentare l’idea giusta.

La convergenza è dunque l’atto finale nella creazione delle idee, anche se tutte le fasi sono ugualmente importanti. Mi è molto piaciuta le metafora descritta nel libro, secondo la quale “il nostro cervello è come una fitta rete di pesca, che raccoglie e porta in superficie tutto ciò che ha trovato sul fondo del mare”.

La convergenza dunque è la sintesi tra le domande inziali (vincoli concreti, bisogni reali, obiettivi) e le proposte elaborate durante la fase divergente (frammenti di idee, stimoli, intuizioni).

Ci sono tanti germogli di idee: “di fronte a decine di idee, alle quali a volte ci si affeziona, spesso simili tra loro, a volte innovative, a volte sorprendenti, bisogna decidere di eliminarne una a favore di un’altra. E’ necessario farlo, perché solo una sarà l’idea vincente”.

Anche per la fase di convergenza ci sono molte tecniche creative, che esamineremo tra poco: esse hanno lo scopo di far emergere e valutare le idee concrete, realizzabili, e sono utili per selezionare l’idea migliore.

Prima di passare ad una rapida carrellata delle tecniche creative più usate, vorrei soffermarmi per un attimo sul ruolo del “facilitatore” all’interno del gruppo di lavoro: il facilitatore ha il compito “di far decollare l’individuo verso la creatività, staccandolo da terra; libera gli individui dai condizionamenti culturali, dalle quotidiane abitudini, aiutandoli a volare e poi riportandoli a terra, nella realtà, con il loro bottino di idee e soluzioni”.

Questa è la più bella definizione di facilitatore che io abbia mai letto.

Tra le principali tecniche creative elenchiamo:

a) Brainstorming

Si può usare sia nella fase della impregnazione che in quella della divergenza. Nel primo caso il bisogno/problema/esigenza viene frantumato, analizzato in ogni suo aspetto, conosciuto a fondo. Nel secondo caso serve per dare libero spazio alle proposte, ai frammenti di idee, alle intuizioni, come dicevamo prima. Molto usati sono i post-it colorati, i “dots”, per scrivere a mente libera tutto ciò che viene in mente per risolvere il problema (questa variante è detta anche brainwriting); nel brainstorming un ruolo importante è svolto dal facilitatore;

b) Tecnica della scure e dell’alloro

Si tratta di un modo per esaminare un argomento e consiste nel trovare tutti gli inconvenienti, i difetti (la scure) e tutti i vantaggi e gli aspetti positivi (l’alloro). Non ha la funzione di trovare soluzioni, ma solo di approfondire ogni elemento positivo e negativo del problema. Al termine del processo non è escluso che qualche spunto faccia nascere una idea, ma lo scopo è soprattutto quello di immergersi nel bisogno.

c) Tecnica delle 5W+H

Ovvero le cinque classiche domande (Who? What? Where? When? Why?) e How? , che risponde alle domande Come si è sviluppata l’idea? In che modo è sorta? In che modo si è coinvolti?

Possiamo elencare anche la teoria delle mappe mentali di Tony Buzan, il Management delle idee, il Benchmarking, che si basa sull’analisi della concorrenza e sullo studio approfondito di prodotti e servizi del mercato per migliorare la propria strategia, oppure la Matrice della Scoperta, oppure l’Albero delle Idee, o la Checklist, fino allo Scamper di Osborn, o allo Stretch di Jacob.

Nella prossima puntata parleremo del Creative ProblemSolving e di un metodo di misurazione della efficacia della creatività, il ROC, Return on Creativity.

(Foto: lelcomunicazione)