Cambiamo il nostro modo di pensare: come far decollare la nostra startup italiana.

 

Uno dei tre grandi problemi del panorama delle startup italiane è la scarsa cultura startup. Non a caso, infatti, quasi tutte le “startup italiane” che prendono il largo e si affermano nel mercato internazionale o vengono acquisite dai colossi (per esempio Glancee, Doochoo, Beintoo, ecc.) o non sono nate in Italia.

O meglio, quelle idee potranno anche essere state sviluppate in Italia ma per diventare ciò che sono oggi sono dovute andare all’estero dove il giochino start small and scale fast è una realtà concreta nelle mani di gente che a 30 anni, magari, ha già decine di esperienze di startup riuscito e qualche milione di dollari sul conto corrente.

Da questa partenza un po’ polemica si potrebbe pensare che io stia invitando chi vuole fare startup ad andarsene a San Francisco e lì restare per non tornare se non in vacanza, ebbene non è così. Ciò che intendo dire è che va ripensato il modo con cui la gente si accosta al mondo startup e vanno ripensati i metodi con cui esse si formano, si finanziano e si lanciano.

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mondo delle startup italiane

 

Faccio un esempio: networking è senz’ombra di dubbio il più importante ingrediente nella ricetta di una startup. In Italia, a parte iniziative come quelle di Italian Startup Scene e Indigeni Digitali, con i loro eventi milanesi e i loro account social su cui scambiarsi idee e avere il sentore di quali sono i trend del momento, non sarei in grado di citare un “aggregatore di competenze”.

Cosa vuol dire? Che non esiste uno spazio, un ambiente, un clima (un milieu, direbbero i francesi) in cui far incontrare competenze tecniche con competenze di business.

Pensate ai grandi team – da Steve Jobs e Steve Wozniak a Bill Gates e Paul Allen, ecc. –, tutti sono formati da un sognatore inguaribile con l’istinto per il business e il polso del mercato e da un tecnico brillante alla ricerca di una sfida prima di tutto con se stesso. Ecco, questi due peculiari tipi umani, fatti apposta per creare sinergie e completarsi nella riuscita di un grande progetto vanno messi in contatto l’uno con l’altro.

Un altro elemento che manca in Italia è il rischio. Pochi hanno davvero voglia di investire in imprese nuove – un po’ perché forse ci sono poche opportunità o pochi soldi in giro, ma sicuramente anche perché manca l’abilità di vedere prospettive e interazioni possibili. Il naturale effetto di tutto questo è che gli investimenti ricadono spesso su progetti mediocri con scarso futuro se non in ambito locale e assai poco valore aggiunto in termini di innovazione.

E qui viene il terzo e più dolente punto della mia un po’ cruda analisi: ma abbiamo davvero capito cosa vuol dire fare startup? La peggior confusione è tra piccola impresa e startup. Il giovane che decida di aprire un piccolo negozio di frutta sotto casa, anche se è presente su tutti i social del mondo e si può fare il check su Foursquare davanti al banco delle angurie, non è uno startupper ma semplicemente un imprenditore che ha compreso l’utilità dei social network per promuovere la propria attività e attrarre clienti.

La startup ha in sé il germe dell’innovazione, sia che si tratti di una tecnologia, di un processo o di un’idea che si sono sviluppati all’interno ex novo, sia che scopra nuove applicazioni o interazioni con tecnologie, prodotti o servizi già esistenti.

Insomma, anche quell’Italia che si crede illuminata dal sole della Silicon Valley deve fare un po’ di autocritica, guardiamo in faccia alla realtà e rimbocchiamoci le maniche

 

Foto di Maurizio Zanetti