La nuova StartUp Nation: Tel Aviv

In pochi anni è diventata la città con la maggiore densità di start up al mondo e il secondo migliore  ecosistema al mondo secondo lo StartUp Genome: è Tel Aviv , la nuova Silicon Wadi (wadi in arabo significa valle) mondiale.

Come ha fatto Israele, Paese relativamente piccolo e storicamente occupato a migliorare altri settori (ad esempio la difesa), a diventare base di partenza o meta di arrivo per migliaia di start up?

Il merito è da condividere tra politiche statali di incentivo allo sviluppo dell’imprenditorialità e una popolazione da sempre impegnata ad innovare.

Lo Stato israeliano, ad esempio, fin dalla seconda metà del novecento ha sviluppato politiche di promozione della ricerca e sviluppo ai fini civili. La prima riforma, varata nel 1968, ha fatto sì che diverse multinazionali investissero in Israele, fondando centri di R&S focalizzate su progetti a carattere militare, e permise alle prime start up israeliane di quotarsi nel NASDAQ.

Tel-Aviv-1024x674La seconda riforma fondamentale alla creazione del miracolo israeliano fu lo Yuzma, progetto di co-investimento pubblico lanciato nel 1993.

Questo progetto, che aveva l’obiettivo di attrarre e incoraggiare investimenti di venture capital in Israele, permise una crescita esponenziale delle nascite e delle quotazioni delle start up nei principali settori tecnologici: le spese del capitale di rischio da parte di privati, infatti, aumentò di circa 60 volte in dieci anni e le aziende lanciate da fondi venture passarono da 100 a 800.

Oggi Israele dedica oltre il 4,4% del suo PIL a ricerca e sviluppo (il dato più alto dei paesi OCSE), mentre il ministero dell’economia spende ogni anno per l’innovazione e lo sviluppo di nuove start up circa 450 milioni di dollari; anche le multinazionali e le imprese private sono protagoniste di questa crescita, grazie alla continua nascita di centri di ricerca (facilitate dalle agevolazioni fiscali) e ai periodici investimenti in questa area, come dimostra la recentissima nascita della CyberSpark (a Be’er Sheva), un parco nazionale d’informatica in grado di includere leader mondiali del settore della sicurezza per sviluppare nuove strategie di cyber-difesa da consegnare in futuro a governi e a multinazionali.

C’è sempre un elemento che rende unico l’ecosistema di  una città start up rispetto a quello delle altre: a Tel Aviv non si può prescindere dallo spirito pionieristico della popolazione, formata per lo più da giovani e da immigrati, unito alla consapevolezza che Israele non può e non deve essere l’unico mercato di sbocco per le nuove imprese. Serve quindi una continua innovazione e internalizzazione per costruire e vendere piccoli gioielli aziendali.

Gli startupper israeliani si sono sempre caratterizzati per lo spirito di cameratismo e di collaborazione, elemento che non si vede in molte altre realtà. Se infatti all’estero c’è spesso scarsa fiducia tra i vari imprenditori, colpevoli di rubarsi le idee  l’un l’altro, in Israele gli imprenditori cercano di darsi sempre una mano condividendo esperienze, conoscenze e importanti informazioni.

Questo porta a due conseguenze positive: in primis, c’è uno scarso bracconaggio di dipendenti e di idee, in secondo luogo un business angel o un venture capital è autorizzato a trasferire informazioni in tutte le start up seguite, permettendo una veloce crescita di tutte.

Negli ultimi anni, inoltre, gli israeliani sono sempre stati stereotipati come tendenti a vendere velocemente le proprie aziende (entro i primi 5 anni): l’esempio di Waze (venduta a Google nel 2013 per un miliardo di dollari) e la recente IPO di Wix ne sono due esempi importanti di un cambio di rotta che è di buon auspicio per il futuro.