Il fallimento come opportunità per nuovi business, la storia di Untitled Partners

Non tutte le startup fallite lasciano l’amaro in bocca ai loro fondatori, anzi. Ci sono casi in cui la fine di un progetto ha molto più da insegnare della sua stessa realizzazione. È il caso di Untitled Partners e del suo fondatore, Jordan Cooper che, dalle ceneri della sua creatura, ha ricavato una vera e propria lezione di vita e di business, riproposta da lui stesso in un post sincero, serio e ricco di spunti.

Cos’era Untitled Partners

Nome startup: Untitled Partners
Categoria/Tipologia: 
portale per acquistare opere d’arte in società con altre persone
Luogo: 
New York (Stati Uniti)
Anno di nascita: 
2008
Anno di morte: 
2009
Finanziamenti ottenuti: 
560.000 $

Ecco la storia. Insieme al socio Andy Lawrence, nel 2008, Cooper aveva fondato una startup grazie alla quale clienti interessati ad opere d’arte troppo costose per le proprie tasche, potevano riunirsi e comprare insieme ad altri gli articoli dei loro desideri. L’idea, insomma, era basata sul concetto di multiproprietà: ogni compratore versava una quota in modo che un determinato oggetto di valore gli appartenesse, seppur in parte, dividendo con gli altri “soci” le spese da sostenere.

Tutti ne erano proprietari ma nessuno lo era in modo completo. Il sogno durò poco, neanche un anno, e presto Untitled Partners si dovette rassegnare al suo triste destino e chiudere i battenti. Lungi dall’essere una sconfitta, questa avventura ha regalato a Cooper un’esperienza nel mondo del business che egli, da bravo imprenditore, non ha tardato a far fruttare.

Fallimento: non una sconfitta ma un’opportunità

Dopo questa “caduta”, infatti, ha fondato una società, la Hyperpublic, acquisita poi da Groupon, ha investito in molte altre compagnie e ha creato, nel 2013, un’altra startup, Wildcard.

Cos’ha imparato il fondatore di Untitled Partners dal fallimento

Ecco alcune delle lezioni che Cooper ha deciso di condividere riguardo il suo primo, illuminante, fallimento:

  1. Il progetto era ispirato alla democratizzazione del mercato dell’arte. Ma lui stesso si rese presto conto di non appartenere al target a cui si stava rivolgendo; in questo modo vendere e promuovere la sua idea risultò parecchio complicato. Cooper non riuscì ad allineare la sua identità professionale con quella personale, e di conseguenza, mancò una vera passione di base nello spingere il prodotto;
  2. Il periodo in cui era nata la startup non era dei più stabili, economicamente parlando. Le quotazioni della borsa parlavano chiaro: dai primi finanziamenti ricevuti fino al giorno dell’effettiva immissione sul mercato di Untitled Partners, l’indice del Dow Jones era crollato. Avendo già il prodotto pronto per essere presentato al pubblico e per iniziare a vendere, Jones e socio partirono comunque all’avventura. Anche perché, se non fossero riusciti a dimostrare che la loro creatura poteva funzionare, non avrebbero avuto nessuna speranza di ottenere un new round di finanziamenti;
  3. Per spingere maggiormente il prodotto Cooper pensò di assumere qualcuno ferrato in materia di marketing ma, in realtà, ingaggiò una persona assolutamente non adatta a quel ruolo. Risultato? Tantissimi soldi sprecati in uno stipendio inutile e in campagne di comunicazione inefficaci;
  4. Nel tentativo di tenere bassi i costi di gestione, come richiesto dai finanziatori che avevano investito 560.000 dollari nel progetto, spesso vennero fatte scelte sbagliate o affrettate. Le uscite impiegate per le spese legali o per il branding furono eccessive, soprattutto se confrontate alle economie fatte in altri campi: ad esempio, alcune opportunità di sviluppo non furono colte al volo per evitare costi eccessivi, mentre in altri casi, nello sviluppo del prodotto, la qualità venne sacrificata alla convenienza. L’attenzione ad evitare gli sprechi non deve mai mancare, ma quando diventa un freno agli investimenti che potrebbero portare ad una crescita, si rivela controproducente;
  5. Alla luce dei vari problemi che si riscontrarono con il passare del tempo, Untitled Partners non riuscì ad evolversi e a cambiare.

Vettriano mad dogsAl di là degli incontestabili errori ammessi da Cooper, è davvero encomiabile la tranquilla serenità con cui egli analizza la vita della sua startup per capirne le falle. In più di un’occasione biasima se stesso, senza piangersi addosso, ma chiedendosi sinceramente se le cose sarebbero potute andare in modo diverso, qualora il CEO fosse stato un’altra persona. Credo siano tutte qui le ragioni del successo di Cooper come imprenditore. Non solo non si è arreso, la sconfitta lo ha fatto diventare addirittura più forte. Ma non per questo meno umile.

Principali cause del fallimento

Team: il team non riuscì ad allineare la sua identità professionale con quella personale, a fare veramente proprio il concetto di democratizzazione dell’arte, che era alla base del progetto. L’assunzione di un direttore marketing non adatto al ruolo e a risolvere i problemi di comunicazione, inoltre, portò ad una grande ed inutile emorragia di denaro.

Modello di business: nel tentativo di tenere bassi i costi di gestione, come richiesto dai finanziatori, vennero fatte scelte sbagliate o affrettate. Le uscite impiegate per le spese legali o per il branding furono eccessive, mentre quelle dedicate allo sviluppo del prodotto furono eccessivamente controllate. Cosa che rese più difficile la sua evoluzione, l’unico fattore che avrebbe potuto salvare Untitled Partners dal fallimento.

Luogo/tempo: il periodo in cui era nata la startup non era dei più sicuri, finanziariamente parlando.

 

( Articolo di Andrea Dusi, di startupover.com)

 

(Foto copertina: Notte stellata sul Rodano, Vincent Van Gogh)

(Foto: Mad dogs, Jack Vettriano )